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Franco Dionesalvi
copertina "racconti erotici"
Ediizioni Coessenza - € 5,00 invito all'acquisto


altri titoli nella sezione NARRATIVA:
•Storie di computer e di fantasmi
•Ai confini della pubertà
•Libro della morte e delle cento vite
•La maledizione della conoscenza

IL SENATORE


Quando frignava il cellulare grigio era per forza il senatore. Glielo aveva comprato lui, “il cellulare di servizio” lo chiamava, anche se si trattava di un servizio decisamente privato; glielo pagava lui, ma doveva tenerlo sempre acceso, perché se al momento necessario non avesse trovato Gaspare all’altro capo del filo d’aria, si sarebbe sentito immediatamente nervoso, se non proprio in preda all’angoscia.
“Gasparuzzo, stammi a sentire – gli brontolò nell’orecchio col suo rantolato accento siciliano – mi servono quattro righe che devo dare una risposta a quel cornutazzo di De Paoli, che continua a tirar fuori minchiate sul conto dei galantuomini. Con questo prima o poi faremo i conti sul serio… ma adesso mi serve una cosa infiocchettata, come sai fare tu, col tuo animo gentile. Hai capito, Gaspare? Ma mi stai a  sentire?”
“Sì, sì, certo, senatore, sono a vostra disposizione”.
“Ecco, bravo. No perché certe volte mi pari addormentato, che pensi ad altro, non so… che, forse ti distrae Beatrice? Tu però mi raccomando, trattala bene che quella è una brava donna, una fortuna per chi la incontra… e tu fortunato, sei… insomma Gasparu’, è proprio ‘na cosa breve, ma a colpi di fioretto, mi raccomando, glielo devi fare capire a De Paoli di che pasta siamo fatti noi. Una cosa per la stampa, delicata delicata, mi hai capito? E guarda, senza fretta, però… io fra poco incontro il redattore capo, mi ha chiesto una cortesia, e ce lo faccio mettere pubblicato per bene… insomma, fra mezz’ora dev’essere pronta, capito? Beh, buon lavoro, Gasparu’, vai a spicciarti figliolo!”
Entrò in un internet point. Ormai erano locali frequentati soltanto da immigrati, che grazie ad internet potevano telefonare a casa quasi gratis, e con la web cam mandavano baci e sorrisi ai parenti lontani. Anche il gestore del locale, o almeno quello che teneva la cassa, era un nero; che si mostrava sorpreso, e subito particolarmente premuroso, quando vedeva un raro italiano che entrava e gli chiedeva di usare le macchine.
L’onorevole De Paoli farebbe bene a preoccuparsi delle questioni interne al suo partito, e magari a spiegarci come è riuscito ad essere presente a tutte le riunioni di tutte le commissioni e contemporaneamente pure a presenziare a tre consigli di amministrazione della compagnia ferroviaria che prevede lauti gettoni a tutti i presenti. Quanto a noi, venga, il De Paoli, venga, se trova il tempo fra una riunione e l’altra, venga in Sicilia, parli con la gente. Si giri Agrigento, guardi i palazzi nuovi, guardi i parchi, osservi come considerati e ben tenuti sono i nostri tesori archeologici… e chieda a tutti chi è il senatore Pallarino, e capirà come e perché è amato da tutti, e come e perché… di fronte a lui c’era un ragazzino, che avrà avuto sedici anni, la pelle olivastra, una camiciola blu sbottonata, e tutto dimesso a parte un ciuffo che si ribellava sulla sua fronte. E lo stava osservando con una insistenza da mettere in imbarazzo.
“Che vuoi?” gli chiese Gaspare infastidito e un po’ turbato. Ma quello gli aprì un sorriso che mise in fila tutti i suoi denti, quelli bianchi che aveva e i quattro-cinque che gli mancavano: “Amigo, hai trovato quello che cercavi”.
“Cosa cercavo? Io non cercavo niente, io…” e prese a indicargli la tastiera e le dita che smanettavano, ma quello lo interruppe: “Abid ha capito subito quello che cercavi. E – e sorrise, se possibile, ancora più grandemente e candidamente – e Abid tiene esattamente quello che ci vuole”.
Gaspare provò a protestare: “Chi è Abid?” Era una domanda stupida. O troppo difficile.

Volle farsi seguire da lui lungo un alveare di vicoli, cunicoli e strettoie nelle quali, pur abitandovi ormai da dieci anni, stentava a riconoscere Roma. Fino a quando si schiuse una piazzetta del tutto circondata da palazzi non alti ma massicci e ben disposti a farle da schermo. E, in quel cratere di cemento e panni stesi e motorini rombanti, sembrava quasi che il plumbeo del cielo si fosse disteso in un fascio di ambigua luminosità.
A casa di Luna c’era una specie di festa. Passavano crostini fegatosi e bocconcini oleosi di couscous. E ragazze con vestitini sottili sulle spalle, e diversi ragazzi soprattutto neri. Abid gli passò un triangolino di carta molto colorato, e gli disse di lasciarlo sciogliere in bocca. C’era musica dei Tuxedomoon, e qualcuno ballava. Per mandar giù quell’amaro che gli era rimasto sui denti decise di mandar giù due dita di quel prosecco che circolava, anche se il suo colore annacquato non prometteva niente di buono… fu a quel punto che vide la chioma fluente di Luna cominciare a liquefarsi sotto i suoi occhi, scoprirle all’improvviso un cranio nudo e giallastro, poi restare nell’aria, fluttuarle sulla testa, scompaginarsi a fili di capelli dorati che giocavano a comporsi intorno alla sua pelata in aureola, poi rivoltarsele contro in diecimila aghi pungenti; poi ancora scendere a mucchietti sul tavolo a comporre baffi di gatti, occhi di civetta, piume di pavone. Si girò verso Abid a chiedergli di intervenire, di fare qualcosa; e lo vedeva che cercava di andare, ma ogni volta che si avvicinava a lui una folata di vento lo ricacciava indietro. E ondulando di spalla e di gambe si accostava e si allontanava, e mai lo raggiungeva finché fra i due si aprì un abisso di vuoto e non avrebbero più potuto varcarlo senza infossarsi lì dentro.

tratto da L'agenda elettronica