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febbbraio 2020

Base Centrale

Già disponibile in libreria e on-line la nuova raccolta di poesie pubblicata dall'editore Arcipelago Itaca.
maggio 2018

Pianure

Presso l'auditorium del MUDEC, il Museo della Cultura di Milano, la nuova edizione di Pianure: recital di poesia con il gruppo musicale Nimby e la partecipazione di Rossana Bartolo. Poesie di Franco Dionesalvi.

 

febbraio 2018

Le parole valgono

È uscito per Rubbettino Editore Le parole valgono: fogli atonali di Salvatore Anelli e Franco Dionesalvi, la prefazione è di Ghislain Mayaud.


maggio 2017

Festival Internazionale della Poesia

Sabato 13 maggio dalle 15 alle 19 presso il Museo della Cultura di Milano

marzo 2017

Poesie per il nuovo millennio

Per la Giornata Mondiale della Poesia la casa editrice Mursia presenterà a Milano un'antologia di Realismo Terminale.
Martedi 21 marzo ore 18 presso Casa Lodi (piazza Duomo)

maggio 2016

Pubertà

La casa editrice Coessenza ha pubblicato il volume Ai confini della pubertà già uscito qualche anno fa in versione e-book. Finalmente possiamo sfogliarlo!


primavera 2016

Incontri con l'autore

Il volume The Valley of Thought è stato presentato il 7 febbraio a Roma e il 10 marzo 2016 alla Stony Brook University di New York

28 febbraio 2016

Una dedica a Mario Luzi

Poetarum Silva ospita un ricordo dedicato al poeta toscano Mario Luzi

novembre 2015

Villa Rendano

Grande successo di pubblico alla presentazione del volume The Valley of Thought a Villa Rendano lo scorso 28 novembre

ottobre 2015

La valle del pensiero

Pubblicata a New York dalla casa editrice Gradiva la raccolta antologica di poesie di Franco Dionesalvi tradotte da Catia Mele: The Valley of Thought

Ai confini della pubertà

È in fase di stampa la seconda edizione del libro Ai confini della pubertà in versione cartacea, a cura della casa editrice Coessenza.
Qui un racconto

Festa delle Invasioni 2014

Considerazioni

Due parole di chiusura sulla Manifestazione

Festa delle Invasioni 2014

L'arte invade la mente

Il poeta e scrittore Franco Dionesalvi che nei mesi scorsi ha ricevuto l'incarico dal sindaco di Cosenza alla direzione artistica della Festa delle Invasioni, si esprime sul tema della prossima edizione.

Corsi di Scrittura drammaturgica

Si è svolto, al teatro di Cassano Jonio, un corso di scrittura creativa tenuto da Franco Dionesalvi, sulla scrittura drammaturgica, e l'esperienza si è conclusa con un esperimento sul palco.
Sono aperte le iscrizioni per il prossimo corso che avrà inizio il prossimo ottobre 2014. Le persone interessate possono scrivere a:
massimo.costabile@alice.it

21 novembre 2013

La rivolta della poesia

Incontro e reading di frattura sul compito accidentato della poesia nuova.
Ex Chiesa di S. Carpoforo (Brera) Via Formentini.

casa editrice coessenza


La selezione rafforza lo spirito

È uscito Questi Anni un libro collettivo di racconti mediante i quali diversi autori attraversano, rievocano e rielaborano  gli Anni Ottanta, per la casa editrice Coessenza. Fra gli altri “Obiettori di coscienza” di Franco Dionesalvi. È un brano nel quale racconta la sua esperienza di servizio civile.

26 settembre 2013

Autori di Terra di Calabria

La Commissione Cultura del Comune di Cosenza premia Franco Dionesalvi per le sue opere. L'autore dedica il riconoscimento ai poeti cosentini Angelo Fasano e Raffaele De Luca.

guarda il video completo
luglio 2013

Onorevole sarà lei

Conversazioni sullo stato attuale della politica fra il giornalista Franco Dionesalvi e il consigliere regionale Mimmo Talarico.
L’ ambizione di questo libro è semplicemente di  fornire elementi di discussione, dare qualche spunto, per quel dibattito che inevitabilmente dovrà avviarsi. E dovrà portare a un radicale ripensamento della politica e dei politici, e all’articolazione di un rapporto finalmente corretto, bilaterale e non opaco, fra cittadini e amministratori.

giugno 2013

La centesima storia

Alla fine dell’anno scolastico, i ragazzi della III C del Liceo Scientifico di Rende chiedono a Dionesalvi di tornare a trovarli. E gli portano in regalo tante “centesime storie”, scritte da loro. Lo scrittore ne ha scelto una, Ultimo giorno di scuola, riflessioni sull’anno scolastico che si chiude, capace di ironia e insieme di emozione.
sabato 27 aprile 2013

Musica d'autore a Catanzaro

Al Caffè delle Arti sarà presentato il nuovo album musicale dei Nimby.
Franco Dionesalvi interverrrà nel corso della serata e leggerà con loro una poesia.

Ai confini della pubertà

ai confini della pubertà

Le avventure di quattro adolescenti alla fine degli anni '60: la contestazione giovanile, la guerra in Vietnam, i Pink Floyd, lo sbarco sulla Luna (edizioni Studentville, Bologna, e-book)

Poesia & Rock

video recital

recital di poesia con il gruppo musicale Nimby

Quando l'autore intervista se stesso

30 dicembre 2011- È uscito Racconti erotici edito da Coessenza. La casa editrice ha chiesto all’autore di farsi una auto-intervista: Franco Dionesalvi intervista Franco Dionesalvi.
Il volumetto fa parte della collana Coesseros diretta dallo scrittore.

casa editrice coessenza

Corso di editoria e scrittura creativa

Tenutosi nel giugno 2011 presso il "Centro di Documentazione Raffaele De Luca". Franco Dionesalvi - Il romanzo: motivazioni, finalità, architettura narrativa, lingua, trama, costruzione dei personaggi, protagonista e antagonista, dialoghi, incipit ed explicit, catarsi, deus ex machina, soluzione dell'enigma. Luciana De Rose, Giulio Palange - Editing strutturale (analisi specifica del testo). Editing tecnico (tipo di pubblicazione, impostazione grafica, formato, gabbia, carattere, corpo, interlinea, note, ecc.

È possibile riguardare tutte le lezioni su www.coessenza.org o su youtube

Storie di libri

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con il poliedrico autore. Ecco com'è andata.

A cura di Francesco Forestiero su
storie di libri.it

Sul viaggio in India

" Lo scorso secolo ha visto nel dopoguerra la crisi del mondo occidentale. La cultura stenta a ritrovarsi nei valori positivi del progresso. La guerra di sterminio e di annientamento ha eliminato le illusioni dei più cinici."

conversazione su un viaggio di Franco con l'amico Filippo Senatore

-editoriale-

Le parole dei poeti

Base Centrale

È il titolo del nuovo libro di poesie di Franco Dionesalvi uscito a febbraio per l'editore Arcipelago Itaca. In anteprima una delle poesie inserite nella raccolta:

Il Recinto

La nonna diceva era serena
se poteva a sera chiudere la porta
con tutti i suoi amori nel recinto.
Mi chiamo a voce alta delle volte,
e mi cresce un bisticcio;
ma altre volte non sento e non rispondo.
Quanto agli amori son tutti via,
dorme in armadio il cappello della fata,
ch'ella era lei si scopre sempre dopo.
Ora è tempo di acquietare gli artigli
che stavano ai costoni abbarbicati,
finalmente mi dono alla corrente
schiuma di mare.
A sera prendo terra
in una riva a caso
guardo le nubi gravide
e la mia mente è finalmente niente.
Solo fra l'unghie sporche delle mani
s’è riposta la polvere di ieri
ch’è inganno, fonte d'impeto, poesia.



Pianure nuova edizione

locandina dello spettacolo Pianure

PIANURE, una co-produzione Festival Internazionale della Poesia di Milano - Primavera dei Teatri, è una performance di poesia e musica che costituisce un esperimento multidisciplinare. Si gioca su tre livelli che si incrociano, si scontrano, si inseguono, infine raggiungono una (provvisoria?) ricomposizione: la poesia popolare calabrese, la poesia italiana di post-avanguardia, la musica rock.
In Calabria la poesia veniva tramandata oralmente, ed era affidata a poeti di strada e cantori che, talvolta anche analfabeti, tuttavia sapevano verseggiare e ripetevano mnemonicamente strofe con rime o con assonanze che risalivano a tempi lontani. Talvolta accompagnandosi con strumenti come la fisarmonica, talaltra affidandosi semplicemente al canteggiare della parola, si esibivano nei matrimoni, nelle celebrazioni, nei banchetti. I temi variavano, dai brindisi alle ninne-nanne, dai canti d‘amore agli elogi funebri.
In questo caso però l‘ambientazione non è tradizionale, ma calata nel contesto contemporaneo. Nella società liquida baumaniana non c‘è spazio per contesti preservati; ma piuttosto antichi echi convivono con la contemporaneità, coi suoi tratti aggressivi e anche col disperato bisogno di una ricomposizione in un linguaggio terzo, di sintesi, in cui se non la radice linguistica si raccolga e si salvi l‘intenzione, l‘universalità dell‘emozione.
Ecco dunque le sonorità rock, ed ecco l‘incrocio con la consapevole scrittura poetica di Dionesalvi che tiene conto della lezione della neo-avanguardia e si iscrive nella nuova corrente del realismo terminale, pur cercando incessantemente soluzioni che recuperino una autentica, e del tutto priva di retorica, tensione umana e visionaria.

I Nimby sono un gruppo rock di Catanzaro, hanno inciso due dischi presenti nel circuito nazionale, e sono stati a lungo in concerto in molte piazze italiane.
Con loro partecipa Rossana Bartolo, docente di lingue straniere, che affascinata dal progetto ha deciso di prestare la sua voce per la lettura dei brani della tradizione popolare calabrese.



Le parole valgono: fogli atonali

Fra pittore e poeta, fra segno e parola, i rapporti sono stati a volte conflittuali, di differenziazione se non di contrapposizione. Ma non mancano gli esempi e i tentativi di riavvicinamento e di collaborazione. Particolarmente significativa è poi l‘esperienza che si incontra sul foglio, sulla carta, sul libro: qui in qualche modo la collaborazione è triplice, perché la creatività del poeta e del pittore vanno a incrociare le penne (o i pennelli) con l‘ambito materico, con la carta.

Dunque decisamente stimolante può ritenersi questo recente esperimento, che non a caso investe un numero limitato, e non ripetibile, di esemplari.

È uscito per i tipi di Rubbettino il libro "Le parole valgono: fogli atonali" dell‘artista Salvatore Anelli e dello scrittore e poeta Franco Dionesalvi. Si tratta di una commistione ironico – giocosa tra l‘immagine e la parola, ovvero un tentativo di tirar fuori dal nostro quotidiano segni, immagini e parole fuori dai paradigmi linguistici. Sono state stampate 100 copie in numeri arabi, 50 in numeri romani e dieci prove d‘artista. Le copie sono tutte numerate e firmate dagli autori.
Partendo da parole-chiave ( memoria, cultura, età, generazione...) S. Anelli si è calato dentro la materia e i segni, scandendo in emozioni profonde, immagini della nostra memoria, mentre il poeta F. Dionesalvi si è avvalso della spiegazione etimologica dei termini per scardinarne il significante e scrivere con ironia riflessioni poetiche al vento.
La prefazione di Ghislain Mayaud ha ulteriormente impreziosito la pubblicazione, piccolo cammeo da tenere in ogni biblioteca.



Realismo Terminale

Inizia la primavera con la Giornata Mondiale della Poesia.
A Casa Lodi in piazza Duomo a Milano alle ore 18 di martedì 21 marzo, si è tenuta la presentazione nazionale dell'antologia poetica di Realismo Terminale a cura di Giuseppe Langella, edito da Mursia. Tra i poeti non poteva mancare Guido Oldani che è l'ideatore e promotore del Realismo Terminale, corrente artistica nata nel 2010.
All'interno del volume una silloge di dieci poesie: Black Out di Franco Dionesalvi.                            

 

 

 

 

 






Verso Ovest


 

 



il poeta Franco Dionesalvi e il prof. Luigi Fontanella alla Stony Brook University di New York



alcuni momenti in classe


Mario Luzi, un ricordo


Quando seppi della sua scomparsa, la prima cosa che pensai fu che così non avrebbe letto la mia ultima lettera, quella in cui gli proponevo di aderire al Forum dei Saperi che si sarebbe tenuto di lì a qualche mese all'università della Calabria. Lettere rigorosamente scritte a mano: era il suo modo prediletto di comunicare, anche in un tempo in cui già quasi nessuno lo usava più.

Mario Luzi lo conobbi da studente, a Firenze. Abitava in via Bellariva, dalle sue finestre si scorgeva l'Arno. Viveva in un appartamento strapieno di libri, che una governante gli teneva in ordine; per spostarsi, prendeva l'autobus. La prima volta andai da lui insieme a Raffaele De Luca (poeta cosentino, che sarebbe morto a quarant'anni), che mi raggiungeva da Pisa per le nostre scorribande a caccia di poeti. Luzi però era diverso da tutti gli altri. Non diceva niente di particolare, non faceva nulla di eclatante. Ma… come dire… era sereno! Non c'era verso di coinvolgerlo nei discorsi su questo poeta e quest'altro, che pure rappresenta il passatempo preferito fra i letterati. In tutto quello che diceva, appariva animato da un nobile antico pudore. Ma con semplicità. E soprattutto con una grande mitezza. Era possibile intrattenersi con lui anche sulle vicende della vita cittadina, della politica. Interveniva, partecipava, era informato. Ma avevi la sensazione che fosse costantemente immerso in un dialogo con altri interlocutori, in una dimensione altra. Da cui la realtà che scorre si può guardare con pacatezza; non con distacco, ma senza le vampate della passione, senza l'egoità, senza il narcisismo dell'autoaffermazione.
Mi consigliò, una volta, di leggere Corbière. «Ci si ritroverà – mi diceva – come lei ama alternare registri diversi.» In tanti possono dire di aver conosciuto Luzi, non si sottraeva agli incontri. Ma comunella non fece mai con nessuno.

La sua poesia, inizialmente ermetica, ben presto si era aperta in un canto limpido e terso. Poesia di una costante interrogazione; che però non era mossa da alcuna ansia di rispondere. Il suo era piuttosto un procedere socratico, in cui tante voci discettavano del senso, dell'incedere, del cammino. Nel magma è stato forse il suo capolavoro, laddove i fumi della contemporaneità si scomponevano e ricomponevano in uno sguardo infine silente, intriso di religiosità.
Ricordo la prima del Purgatorio dei Magazzini Criminali. Quando si misurò con una trascrizione teatrale della cantica di Dante, scritta per la messinscena di uno dei migliori e più radicali gruppi del panorama della sperimentazione teatrale italiana dell'epoca. Cantica di Dante che così naturalmente andava componendosi insieme ai suoi versi, in una interpretazione in chiave di attesa, "il tempo lava la mente", che è poi dire tutta la nostra vita. E comparve lui, il poeta in scena, a declamare alcuni versi, a offrire il suo stesso corpo all'ineffabile sofferenza della poesia.

Anche negli ultimi mesi della sua esistenza, chiamato a ricoprire il ruolo di senatore a vita, è stato poeta. Ossia, in spregio alle regole del linguaggio delle mediazioni e dei compromessi, sempre a servire la verità, a cercare incessantemente, a pronunciare parole di verità. Ben sapendo che la verità vera è oltre le parole; ma che il poeta ha il dovere di cercarla, di approssimarsi sino al silenzio e alla fine.
Quando appresi della sua morte mi dispiacque, per la perdita. Ma ebbi anche la nitida sensazione che niente era stato strappato: che l'opera era completa, tutto si era compiuto. Frattanto – cosa inusuale per le tradizioni climatiche della mia città – fuori dalla finestra mille fiocchi di neve scendevano dal cielo. Così scrissi, rigorosamente a penna su un foglio di carta: «Vai, Luzi, grandissimo poeta, che la bianca neve ti accompagni.»(Franco Dionesalvi su www.poetarumsilva.com )



Incontro con l'autore a Villa Rendano

Di lui Mario Luzi scrisse:" Ho trovato nelle sue recenti poesie quella acidula allegria e quella spericolata cadenza di battuta che si va liberamente aggregando sulle sue spinte interne: per meglio dire ho ritrovato, da vecchi suoi componimenti. Ma ora con più estro e con più sicurezza".
E Giorgio Barberi Squarotti:" A me queste poesie sono piaciute molto: mi sembrano vive, ricche di forza inventiva, costruite con grande abilità e intelligenza".
Ora è stato incluso nella prestigiosa collana di poeti italiani presentati a New York da Gradiva Publications: è appena uscito il volume The Valley of Thought, che rappresenta una selezione antologica delle sue poesie, tradotte in inglese da Catia Mele.

Prossimi appuntamenti per la presentazione del libro: il 7 febbraio a Roma presso il circolo Arci e il 10 marzo a New York all'Università.
per informazioni sull'acquisto del volume scrivere a franco.dionesalvi@libero.it

 


The Valley of Thought

 

THE NAME OF YOUR DREAM

The name of your dream
is now wearing woolen aprons.
The flour of the spring from the rock
flows into the water of the marsh
it sucks your foot back
bright
a cloud among clouds.

 

HERE IT COMES

At east of your meridian
a flash of pink ripples
has brought the stars to light.
The sand that strikes the desert
uncovers a pale messiah,
that comes into your eyes.
One day even sprigs
their wind will blow.
That day your tears
the sea will wash away.

 


Ai confini della pubertà – cap.5

Dovete sapere che una volta non era come adesso, che è in corso una trasmissione televisiva iniziata una quindicina di anni fa che finirà con l’esplosione della terra. O con la perdita della capacità visiva da parte del genere umano; o con la scomparsa dello stesso genere per far posto ad una razza diversa.
A quel tempo le trasmissioni televisive iniziavano e finivano; e c’era la sigla con le nuvole che annunciava l’inizio e la sigla (che scorreva all’incontrario) che annunciava la fine. E prima e dopo, niente. Io però accendevo spesso la televisione prima, sul secondo canale. Dove le trasmissioni iniziavano intorno alle cinque del pomeriggio. Però non era sicuro: quando trasmettevano le gare ciclistiche, dipendeva dall’andatura che tenevano i corridori. Loro iniziavano a trasmettere quando mancava una ventina di chilometri all’arrivo. Però l’orario preciso non si poteva sapere. Io allora accendevo in anticipo, e tenevo acceso per paura che la trasmissione iniziasse quando non me l’aspettavo (era accaduto, delle volte) e io perdessi le fasi cruciali. Così guardavo le puntine bianche e grigie che tremolavano nello schermo, e facevano rumore. Attendevo che ricominciassero le mirabolanti avventure di Eddy Merckx. Io gli tifavo contro; non sopportavo quelli che vincevano sempre, e tifavo sempre per gli altri che però non vincevano quasi mai. Giorgio Spaccadito invece tifava per Merckx. A volte lo guardavamo insieme, il ciclismo, e sullo sfondo di Adriano De Zan che leggeva interminabili elenchi di corridori in gara Spaccadito, con la stessa voce rauca, diceva: “Scegli tre, cinque, dieci corridori. Fino a dieci, te ne do da scegliere. A me invece ne basta uno solo, Eddy Merckx. Scommettiamo tutto quello che vuoi su chi vince il Tour de France. Duecento lire, cinquecento lire, anche mille lire, se ce l’hai. Tanto vinco io, sono già mie, ho già vinto. Ha vinto Spaccadito, ha vinto Eddy Merckx, il più grande”.
Ed io volevo sempre che perdesse. Ma quello lasciava gli avversari che affannavano sui pedali, e sgusciava via come neanche ci fossero, come non sentisse la fatica. Un pomeriggio, però, lo ritrovai a pieno schermo che piangeva, piangeva come una fontana. E quella volta avrei dovuto festeggiare, ma non me la sentivo. Perché non era stato sconfitto sulla strada; era stato il doping, l’avevano trovato positivo. “Non è possibile – si lamentava Spaccadito – che ne avrebbe dovuto fare un campione come lui dell’anfetamina? Quello era già mezz’ora avanti a tutti, l’anfetamina semmai serviva agli altri. No, vedrai, te lo dice Giorgio Spaccadito, quello è stato vittima di un complotto, si è trattato di un sabotaggio”.
Intanto le palline bianche e grigie continuavano ad agitarsi, sempre uguali. E persino quel rumore, che io solo in casa riuscivo ad apprezzare, cominciò a diventarmi fastidioso. Così andai in cucina, dove c’era la lavatrice nuova, l’attrazione di quei giorni. Aveva diversi programmi di lavaggio, ed io solo avevo studiato bene il libretto di istruzioni, ed ero in grado di spiegare la casistica e vantaggi e svantaggi di ogni programma. Il tasto “centrifuga”, poi, era il più emozionante; quando si azionava, la lavatrice si agitava così tanto che quasi iniziava a camminare lungo la stanza; e bisognava tenerla, sennò a lungo andare avrebbe finito con lo scontrarsi col frigorifero, e col buttar giù il portafiori che solo da pochi giorni ci aveva regalato la signora Sassi. La mamma stava piegando le lenzuola a quattro, tutte ravvolte come un bastoncino. Poi le infilava dentro l’oblò. “Basta, brontolò zia Maria, che se la carichi troppo non vengono bene”. Nello sportellino sistemò un bicchierino di detersivo, quello bianco miscelato con tanti granelli blu. Il resto toccò a me: girare la manopola fino al numero giusto, e via! I primi minuti erano noiosi, non accadeva niente. Ma poi il rigoglio dell’acqua annunciava che lo spettacolo della spuma del mare stava per cominciare.

 


Festa delle Invasioni 2014

La Festa delle Invasioni 2014 ha vissuto un doppio livello.
Uno verticale, con la riflessione sul nostro rapporto con l'arte che ha investito centinaia di persone, con mostre a diversi livelli, da quelle degli artisti consolidati a quelle degli studenti, dei detenuti, dei disagiati mentali, che si sono svolte in tanti luoghi del centro e delle periferie della città.
Un secondo orizzontale, che tradizionalmente ha usato la scenografia del centro storico, con undici serate di spettacoli, coi gazebo e la gente nelle gradinate: tutti diversi, dal rock al teatro di ricerca, dal country al blues, ma tutti fortemente meditati, mai casuali, voluti per dare divertimento ma anche per stimolare riflessioni, emozioni e partecipazione.
Invasi e auto-invasi dall'arte: ora le luci si spengono, ma credo che quanti hanno partecipato adesso si sentano intimamente un po' più ricchi e un po' meno soli.(Franco Dionesalvi)

 


L'arte invade la mente

Quando ci soffermiamo a guardare i capolavori che grandi artisti del passato ci hanno lasciato, un cumulo di pensieri si addensa nella nostra mente. Compiacimento, certo, ma talvolta anche smarrimento; gratitudine, ma anche meraviglia. Mentre godiamo dello scarto di coscienza, dell’elevazione emozionale e spirituale che quell’opera ci induce ad ottenere, siamo anche portati a chiederci: ma come è possibile? Come è potuto accadere ad una persona fatta come noi, che ha vissuto alle nostre latitudini e delle nostre miserie, riuscire a cogliere e a manifestare una percezione della Bellezza così intensa? Qualcosa capace di trascendere i confini di una singola mente e partecipare di sentimenti e percezioni universali?

E talvolta i filosofi si sono interrogati: queste capacità si sono sviluppate in lui, o non è stato piuttosto un demone che ha preso possesso della sua mente e l’ha portata in una dimensione diversa, gli ha dettato concetti e visioni che altrimenti non avrebbe potuto concepire e manifestare?

L’idea del demone è peraltro comune a diversi cultori di “estetica” (ahimè, mi tocca precisare che si parla di un ramo della filosofia e non di cure per il corpo). La stessa idea delle muse ispiratrici, o delle divinità che arrivano in soccorso di poeti e cantori per suggerire le parole “alate”, risente di questa idea di potenze benefiche che verrebbero in nostro soccorso per renderci uomini e donne superiori, per portarci a livelli più alti di espressione.

Che si tratti di entità esterne, o che invece il demone siamo noi stessi, comunque poeti e pittori sovente parlano dei loro momenti di creazione in termini di ispirazione, si dicono rapiti da un livello di coscienza insolito e superiore.

C’è dunque un’altra, più intima e più luminosa invasione. Che ci procuriamo da noi stessi, quando riusciamo a provocarci con l’arte un corto circuito che ci rapisce alle incombenze quotidiane e ci eleva ad un livello più rarefatto di percezione. Che ci consente poi, quando torniamo sulla terra, di vedere anche i luoghi e le presenze quotidiane in una luce nuova, capace di tutto avvolgere e tutto santificare.

INVASIONI 2014 vi invita a lasciare che l’arte invada le vostre menti. Se lo faremo davvero, accadrà qualcosa di completamente nuovo.(Franco Dionesalvi)

 


La poesia sui giornali
editoriale della rivista semestrale Capoverso

Lungo tutta la scorsa estate ho tenuto, per il Quotidiano della Calabria, una rubrica di poesia. Ogni giorno sceglievo una poesia, più o meno conosciuta ma sempre di autore famoso, la riportavo e la commentavo. Ogni giorno anticipavo anche quattro versi della poesia che avrei commentato il giorno dopo; e i lettori che ne indovinavano l’autore vincevano un libro. L’éscamotage serviva a richiamare attenzione e curiosità, visto che le pagine dei giornali sono costruite in modo che gli articoli più significativi sono trasparenti, restano soverchiati dalla pubblicità colorata che traspare dalla pagina dietro. E l’obiettivo è stato raggiunto: tanti lettori hanno partecipato al gioco per vincere il libro, ma alcuni poi hanno scritto per commentare i versi, per dire la loro sull’autore o sulla poesia. Settimanalmente Febbraro, sul “Sole 24 ore”, sceglie una poesia – in questo caso nuova – e la pubblica, però affiancandole un suo dettagliato commento, che aiuta molto il lettore ad accostarsi ad una materia di cui nella maggior parte dei casi egli non sa nulla, e non dispone degli strumenti essenziali per farlo. Il che è dovuto a molte ragioni: all’invendibilità della poesia, vera o presunta, e dunque al suo essere estranea al dio mercato che è signore e padrone assoluto di questo tempo; alla funzione diseducativa della scuola, in cui la poesia nella maggior parte dei casi si studia in maniera così farisaica e gelida da maturare nei giovani una preventiva insofferenza per la materia, che poi porteranno con sé per il resto della vita; all’obiettiva difficoltà della poesia contemporanea, che nella sua ricerca e nel suo tormento linguistico, ancorché ammirevole, ancorché sacrosanto, in molti casi si è avvitata su se stessa macinando distanze incolmabili dal parlare e dal sentire comuni.

Dunque trovare una poesia nel bel mezzo un giornale oggi ha un effetto spiazzante e riesce a dare una vertigine. Insomma il primo effetto è di compiacimento: trovare, in quel contesto così creativamente ripetitivo, così brillantemente vuoto, una fila di parole sghembe e disordinate, autoreferenziali e  gratuite, che non servono a nulla ma inseguono una idea inspiegabile e ineffabile di bellezza, è di per sé una sorpresa e un godimento.

A cui si lega una valutazione positiva, che sta fra l’etica e il buonsenso. Ossia: finalmente un po’ di poesia, non nelle 250 copie dei libri che a stento si vendono, per ogni titolo, a un pubblico iperselezionato; ma a tutti, nelle centinaia di migliaia di copie del giornale, e quindi capaci di entrare in tutte le case, di penetrare fra una lite domestica e uno sbadiglio in ufficio, di suggerire a centomila menti appannate una inedita emozione. E poi: se la poesia è così sconosciuta, diffonderla attraverso gli strumenti massificati di comunicazione può ridurre il gap, e attenuare il delitto di ignoranza della bellezza della parola in fiore.

Tuttavia le cose non sono affatto semplici, ed anzi l’operazione non può sottrarsi alla sua ambiguità. Ho infatti appena parlato di buonsenso: ma proprio questo Majakovskij lo definiva “ignominioso”. Ricordo una conversazione, molti anni fa, cui partecipava Amelia Rosselli. Uno dal pubblico intervenne sollevando la consueta mozione: bisognerebbe far leggere i poeti contemporanei a scuola, così i giovani sarebbero più preparati, e invece ci si ferma ai poeti del primo Novecento. Amelia reagì in maniera imprevedibile: i poeti contemporanei, disse, ai ragazzi farebbero solo del male. I ragazzi devono pensare alla gioia della vita, a far l’amore, altro che a leggere poesie!

Argomenti simili si potrebbero ripetere sulla presenza delle poesie nei giornali. Del resto i poeti vengono chiamati a scrivere sui quotidiani, negli ultimi decenni, solitamente quando scoppia una guerra, o comunque davanti a immani tragedie: come una sorta di coro greco. E poi è concepibile l’argomento contrario: che il contesto svuota e banalizza la poesia, le fa perdere la sua austera purezza e la degrada a pacchetto di parole fra gli altri (quando mi chiedono un articolo dal giornale prima che l’argomento mi precisano il numero di caratteri che deve contenere, spazi incluso, questo sì inviolabile).

Infine non si può tacere che i giornali sono condannati a morire, stanno agonizzando. Ancora una manciata di anni e sarà solo virtuale, trionfo dell’impalpabile, tracotanza dell’invisibile, orgia dell’inesistente.

I giornali staranno nei mercatini del vintage, a fianco all’organo farfisa e al disco di vinile. Ingialliranno precocemente, parleranno della macchia di caffè che recano addosso, essa almeno tangibile, segno di materia. Dunque, in questa lenta incessante agonia – che pure schiude un nuovo mondo a nuovi articolati abitanti del pianeta – è cosa almeno compassionevole, degna di lode e di tacito cenno di intesa, concedere ai morenti la consolazione carezzevole ed elettrizzante della poesia. (Franco Dionesalvi)

 


La rivolta della poesia
poeti, pittori, musicisti
nel realismo terminale


Incontro e reading di frattura sul compito accidentato della poesia nuova.
Mostra itinerante delle iconografie realizzate da Stefano Pizzi, Gaetano Grillo, Nicola Salvatore, titolari di cattedra di pittura dell’Accademia delle Belle Arti di Brera, e dai loro collaboratori e allievi.

Concerto: prima esecuzione della Sinfonia: «Il realismo terminale» di Percussioni Industriali.

Teatro: “Millennio III nostra Meraviglia”, di e con Gilberto Colla.

Intervengono: Guido Oldani,  Stefano Pizzi, Carola Barbero, Lorena Carboni, Giuseppe Langella,  Francesco Piscitello, Elena Salibra. Inoltre: Amedeo Anelli, Franco Dionesalvi, Daniela Marcheschi, Alessandra Paganardi, Stefano Fornaro .

Dove: Ex Chiesa di S. Carpoforo (Brera) Via Formentini.


Programma:
Ore 10,00:  inaugurazione della mostra itinerante.
Dalle ore 10,30 alle ore 12,30: Karaoke delle similitudini rovesciate create e lette dagli studenti di: “ITSOS Curie” Cernusco/N (Mi); “Liceo Artistico Caravaggio” Milano; “Liceo Scientifico Cremona” Milano; “ITSOS Albe Steiner” Milano; “IS Giovanni Falcone” Gallarate (VA)
Dalle ore 17,00: intervento dei laureandi con tesi sul Realismo Terminale Uni Mi Cattolica, Uni Mi Statale, Uni Bari.
Dalle ore 17,30: tavola rotonda con: Anelli, Barbero, Fornaro, Marcheschi, Piscitello, Pizzi.
Dalle ore 18,30: prima esecuzione della Sinfonia “Il Realismo Terminale” di Percussioni Industriali;  Gilberto Colla con brani tratti dallo spettacolo teatrale “Millennio III Nostra Meraviglia”
Dalle 19,30 conclusioni e reading con Elena Salibra, Franco Dionesalvi e Guido Oldani.

 



Onorevole sarà lei

Dare a uno del “politico” è ormai diventato far uso di una cattiva parola, praticamente un insulto. Intendiamoci, non che sia proprio una novità. Noi siamo abituati a usare una memoria assai selettiva del passato, sì che molti fatti del presente ci appaiono novità assolute; ma io ad esempio ricordo una affollata assemblea studentesca cui partecipavo a metà degli anni Settanta, nel liceo classico Telesio che era la scuola più di destra, più fighetta della città. Ebbene, mentre si discuteva animatamente di bagni e di cartigienica, di aule e di palestre, a un certo punto va al megafono un giovane dichiaratamente “cattolico” e dice: “La politica è una cosa sporca e sporchi sono coloro che la fanno”. Dieci minuti di applausi.

Dunque l’attuale grillismo più che una novità si presenta obiettivamente in continuità con un pensiero che viene da lontano. E che fonde, se vogliamo cercare scaturigini ideologiche, mozioni qualunquiste a intemperanze anarchiche. Ciò non toglie che questo pensiero è diventato condiviso, pressoché generalizzato: roba da “padroni del pensiero”, per ricordare quella lettura dello status quo cara a Glucksmann. Da qui dunque bisogna partire: se si decide di aver a che fare con un politico oggi non si può non mettere in conto quel pre-giudizio che incombe come una cappa su di lui, e sul rapporto che si determina fra questi e la “società civile” (altro luogo comune che però, quando si va a tradurre in persone concrete, tende sempre un po’ a perdersi nell’imponderabile). Ciò premesso, non è detto che poi non ci si possa imbattere in sorprese. E anzi questo libro-intervista viene a porsi proprio come luogo di discussione, se non di messa in crisi, di quel pregiudizio.

Perché poi, posta la lap-dance come topos che, se si accosta a un politico, non può non suscitare in noi una risata ammiccante (lui è un politico, quella è la lap dance, quindi è vero che quel politico pratica la lap dance) può capitare che il politico in questione ci metta nelle mani lo “scontrino” (questo idolo del Movimento Cinque Stelle) e allora quella pratica lussuriosa da parte del politico in questione si rivela essere una bufala. Ed è un esempio come tanti altri: dai lecca-lecca ai gratta&vinci, la narrazione giornalistica della nostra classe politica è  costellata di aneddoti e gag che un Totò avrebbe invidiato. Solo che poi spesso ci si rende conto (e lì magari il giornalista non trovandovi pepe evita di riferire) che non di truffa allo Stato si tratta, ma di confusioni sugli scontrini. Allora ti chiedi dov’è la verità, e se c’è qualcuno davvero interessato a cercarla, o se invece l’interesse scema quando non ci si può costruire sopra un titolo a effetto. O addirittura se, parlando di caramelle e gelati, non si voglia evitare che si fissi l’attenzione sulle Ustica e sulle Piazza della Loggia, sulle agende rosse di Borsellino e sui covi di Provenzano mai perquisiti, e insomma su quei livelli autentici di corruzione e malaffare su cui da decenni governi e tribunali non riescono a pronunciare parole di verità.

Perché, appunto, non si vuole nemmeno suggerire l’idea opposta: se dei politici si pensa così male, non si tratta certo di complotto, e anzi molte sono le ragioni per pensarne male. Di più: il rapporto fra cittadini e rappresentanti politici va del tutto ripensato e rifondato, perché così com’è oggi non regge e non serve.

Non bisogna neppure trascurare le specificità di questo rapporto come si è venuto storicamente a costruire nelle regioni meridionali: di come, con tutti i suoi limiti e le sue ambiguità, esso abbia comunque svolto un ruolo di supplenza verso istituzioni democratiche e regole di organizzazione sociale che a queste latitudini si sono sempre rivelate carenti, piene di falle e di incompiutezze. Su questo molti uomini politici hanno ”marciato”, per conservare il loro elettorato e il loro potere; ma altri hanno anche ricoperto un ruolo di mediazione culturale, e hanno salvato non poche persone dalla solitudine, dal disastro.

La conversazione con Mimmo Talarico indaga su questi aspetti; oltre ad attraversare curiosità ed anche aneddoti naturalmente ispirati dall’occasione, che non vogliono affatto delineare un quadro biografico definitivo dell’uomo ma certo non omettono di tracciarne un profilo, per quanto provvisorio.

L’occasione si presentava, e non poteva essere trascurata. Talarico è sicuramente interno al mondo della politica, eppure per tanti aspetti se ne mostra distinto e diverso. Sembra quasi un “infiltrato”, un sociologo che si trova là in mezzo camuffato, per poi riferirne agli altri, al mondo esterno. Questo per quanto attiene le forme, le esibizioni, i rituali della politica. Per altri versi non è certo etichettabile come un rivoluzionario, e non è neanche un polemista irriverente alla Sgarbi. Semmai appare avere interamente interiorizzato la lezione berlingueriana che aveva respirato da ragazzo, quella della specificità morale, della diversità data da un modo di porsi sempre un po’ più alto, e un po’ proiettato altrove, rispetto alla politica degli affari personali e  di gruppo. Inoltre lo ha sempre caratterizzato una ossessiva ricerca di un contesto di riferimento: è uno dei pochi politici, di questi tempi, che non accetta di fare il delegato di un delegante immaginario; ma che la delega vuole esercitarla in nome di qualcuno di riconoscibile, di tangibile, e a cui spesso riferire, oltre che da cui raccogliere indicazioni. Ecco che la sua ricerca del partito che non c’è, piuttosto che come un calcolo di convenienze, va letto come un bisogno autentico e persino un po’ beckettiano. Ma la riflessione peraltro va ad inserirsi in un dibattito ben presente nella stampa nazionale: finita, e in maniera piuttosto deludente, la stagione dei partiti-persona, dei meccanismi diversi sia nella formazione e nell’identificazione della leadership, che nel feedback, vanno necessariamente cercati e adottati.

Il libro è figlio di quattro mattinate passate insieme, e di qualche successivo appuntamento “lampo” per alcune integrazioni, dettate dalla necessità di stare, come si usa in gergo giornalistico, “sul pezzo”. Soltanto questo, senza alcuna ambizione da saggio scientifico. Le conversazioni sono state registrate e poi sbobinate (anche se il termine non si addice agli odierni giocattoli tecnologici).

E l’ ambizione di questo libro è semplicemente di  fornire elementi di discussione, dare qualche spunto, per quel dibattito che inevitabilmente dovrà avviarsi. E dovrà portare a un radicale ripensamento della politica e dei politici, e all’articolazione di un rapporto finalmente corretto, bilaterale e non opaco, fra cittadini e amministratori. (Franco Dionesalvi)



Gli studenti scrivono la centesima storia di
“Ai confini della pubertà”


Qualche mese fa lo scrittore e giornalista Franco Dionesalvi era stato invitato da una classe del Liceo Scientifico di Rende, la Terza C, a presentare il suo libro più recente, Ai confini della pubertà (edito da Studentville, Bologna).
L'autore vi era andato volentieri, e coi ragazzi aveva commentato le sue storie: un viaggio nel passato, gli anni a cavallo fra i Sessanta e i Settanta raccontati dal punto di vista di un gruppetto di adolescenti, che tutto vivono e ingurgitano e spesso travisano, volentieri fraintendono, soprattutto sognano. Un modo di raccontare un tempo, insieme comico e pervasivo, alla fine ammaliante. Ma anche un romanzo di formazione. Costituito da 99 microstorie, tutte brevissime, giocate fra passione per il calcio e primi amori, allucinazioni politiche e teorizzazioni picaresche.
I ragazzi si erano molto coinvolti, avevano ascoltato con partecipazione, e poi avevano chiesto: ma perché 99 episodi e non 100? Dionesalvi aveva risposto, un po’ sornione: “Perché la centesima storia dovete scriverla voi”.
E qui la sorpresa. Ieri, alla fine dell’anno scolastico, i ragazzi della III C gli chiedono di tornare a trovarli. E gli portano in regalo tante “centesime storie”, scritte da loro. Lo scrittore ne ha scelto una, riflessioni sull’anno scolastico che si chiude, capace di ironia e insieme di emozione. Eccola:


Ultimo giorno di scuola
di Benedetta Garritano

12 Giugno, ore 8 e 20: il familiare suono della campanella interrompe lo scambio di pettegolezzi tra Michela, Giulia e Adele, distrae Marco, Simone e gli altri dalle scommesse sull'agguerritissimo derby Milan-Inter atteso per le 20 del giorno stesso, sveglia Veronica che, ancora assonnata, come di consueto, fatica a tenere gli occhi aperti, ricordando loro che un'altra giornata scolastica sta per avere inizio. Ma oggi non è un giorno qualunque, oggi è il giorno che ogni studente, ritornato a scuola verso metà settembre dopo un'entusiasmante estate passata, chi al mare, chi in montagna, attende dall'inizio dell'anno: l'ultimo giorno di scuola non è, in realtà, un giorno di scuola; esso è in realtà più simile ad una di quelle feste tipiche greche in onore del Dio Bacco dove l'esagerazione era norma. E se la giornata sembra iniziare tranquillamente, basta qualche minuto e anche i soggetti più tranquilli e silenziosi sono già impazienti. Le prime ore passano, forse più velocemente del solito, quando ormai non ci sono più interrogazioni e compiti, e si parla già di dove si andrà quest'estate e di cosa portare per il viaggio. Senza accorgercene è già suonata la ricreazione: una boccata d'afa, più che di aria, nel cortile semi-vuoto del liceo quando molti, a quest'ora, sono già al mare o ancora nel letto a godersi le vacanze già cominciate.
Le ultime due ore passano tra foto, dediche, promesse di incontri estivi ai quali parteciperanno i soliti 5, mentre tutti gli altri saranno chissà dove, abbracci e baci vari; anche i meno estroversi non si tirano indietro dai saluti e partecipano alle ultime conversazioni dell'anno.
Quando ecco, dopo 5 ore, l'assordante suono: oggi però non lasciamo l'aula correndo, stremati da una noiosa e stancante giornata, ma camminiamo piano, allegri, ma allo stesso tempo un po' tristi.
E anche se, dopo tre mesi, saremo di nuovo qui, nonostante la gioia per l'arrivo dell'estate, c'è una sorta di malinconia nell'uscire da quel cancello dal quale, il lunedì successivo, non rientreremo.
Ed ecco che ripercorrendo i familiari corridoi ci si guarda intorno, pensando ai compagni che più che di studio, sono stati in realtà compagni di giochi e avventure. Anche i muri l'ultimo giorno di scuola, pieni di scritte e disegni di ogni tipo, raccontano una silenziosa storia, e così i banchi, le sedie, le aule che, se potessero parlare, chissà quante ne direbbero! E come dimenticare i pianti, i litigi, le risate di  un anno, che hanno reso ogni giorno diverso dall'altro.. Quanti ricordi restano, dopo poco più di 200 giorni di scuola.. Quella volta in cui avevamo buttato il borsellino di Giovanni fuori dalla finestra e, uscito per prenderlo, si era beccato una nota in penna rossa con tanto di timbro della preside.. O quando avevamo fatto credere a Gigi di aver preso 3 al compito di matematica (quando in realtà, tanto per cambiare, il voto reale era 9 e mezzo) e lui, incredulo si era messo a piangere come un bambino di 4 anni.. O ancora quella volta in cui Serena era venuta a scuola con due scarpe diverse e si era accorta dell'errore solo alla quarta ora.. Oppure, indimenticabile, il giorno prima delle vacanze di Natale, quando Enzo aveva lasciato i portafogli di tutti a secco, facendo ambo, terno, quaterna, cinquina, tombola e vincendo anche una partita a cucù e il primo premio a Mercante in Fiera.. Ma, oggi, anche il pensiero delle finestre bagnate dalla pioggia autunnale, la gioia del primo fiocco di neve, le prime giornate di sole in cui le ragazze sfoggiavano le nuove magliettine a mezzemaniche, fa sorridere..
Il tempo che non passa mai, la voglia di scappare, di mollare tutto e andare a zappare la terra, le difficoltà di fine trimestre, i litigi durante le assemblee di classe, la rabbia, gli amori ricambiati e non, le amicizie cresciute sempre più, tutte esperienze di vita, che ci hanno fatto crescere e maturare, chi più, chi meno, che ci hanno reso quelli che siamo e che saremo, e che porteremo nel cuore e nell'animo.. Per sempre.

Benedetta Garritano, studentessa del Liceo Scientifico Pitagora di Rende


Il ventennale di INONIJA

Ricorrono vent'anni dall'uscita del numero che chiudeva l'esperienza di INONIJA, rivista di poesia.

Era stata fondata nel 1986 da Angelo Fasano (direttore), da Raffaele De Luca e da me (redattori). Grafico e segretaria di redazione Maria Francesca Fasano, editore Santino Fasano; sede a Cosenza, in corso Telesio, in una antica tipografia coi caratteri a piombo. Il nome è un neologismo russo inventato da Esenin, significa "terra dell'altrove".
Successivamente si sono aggiunti alla redazione Pino Corbo e Francesco Garritano.

Ogni numero si articolava in tre parti: i saggi, i testi, lo "speciale". Quest'ultimo consisteva in una riflessione a più voci, sovente trasversale rispetto alle forme espressive, su temi specifici. Ad esempio una volta riguardò "Arte e malattia mentale", e trattò di Campana e Calogero, ma anche di Syd Barrett. Nel corso dei dieci numeri che furono pubblicati, furono presenti ad esempio le firme "anomale" di Federico Tiezzi dei Magazzini Criminali, e dei filosofi Jacques Derrida e Pierre Klossovski. Ma la parte centrale era costituita dalle poesie: nel corso di sei anni ha pubblicato inediti di Dario Bellezza, Edoardo Sanguineti, Vivian Lamarque, Gregory Corso, Tommaso Kemeny, Gino Scartaghiande, Gregorio Scalise fra gli altri.

Pur avendo la redazione a Cosenza, la rivista viveva e trasmetteva un fervore nazionale: fu presentata a Napoli, a Roma, a Milano ( al "Portnoy"); redazioni "periferiche" operavano a Milano (coordinata da Giancarlo Pontiggia), Firenze, Roma. La diffusione avveniva nel circuito delle librerie Feltrinelli, oltre che per abbonamento.
Il 22 marzo 1992 muore Angelo Fasano, a 26 anni (Raffaele De Luca morirà due anni dopo, quarantenne). Qualche mese dopo esce il numero 10 di Inonija, in cui l'editore ne annuncia la chiusura.

Per provare a cogliere il senso e la dinamica di quella vicenda, bisogna risalire a prima, ai lavori preparatori, al laboratorio esistenziale e semantico che nel corso degli anni ne aveva determinato la nascita. Utile, ad esempio, può essere un brano di una lettera che scriveva Raffaele De Luca nel 1977: "— le cose cominciano a forzarci la mano — vogliamo fare le cose solo per il gusto di essere potenti — perché negarlo — ci inebria — è patetico andare in giro per una costa italica ma già il tarlo quello che era un mezzo ora è un fine — cosi lo scontro — si vede ostacolato dai propri sciocchi egoismi — ognuno si è costruito un mondo su misura in cui essere al centro — ma il vecchio fuoco non è spento — il vecchio fuoco torna, ritorna, cerchiamo sempre di prenderlo — il riscattare una vita — banale perché negarlo facendo qualcosa che ci faccia sentire vivi — ma intanto qualcosa è successo — io comincio lentamente a capire dove ci porta questa girandola frenetica di cose — anche tu ma, strano — abbiamo reazioni diverse — io lentamente ed anche metodicamente mi disfaccio — non esisto più — dove sono alla ricerca della vita — buffo — dove è — boh — così è strano — mentre io cerco la vita tu mi scrivi una strana lettera che parla di indiani e di fare e di disfare — ma chi siamo noi — e così è inevitabile — io telefono in mezzo alle stelle — i gettoni scendono --- cerco un'improbabile comunicazione — intanto questo inverno sta per finire perché le pietre sono fredde — cercare di comunicare — anche io voglio fare una cosa — fare ogni nostro gesto — ogni movimento che facciamo ci muta — non siamo più simili — abbiamo perso qualcosa - ma ci domandiamo quel che perdiamo - e quel che acquistiamo in questa strana giornata — così d 'improvviso accade la rivelazione — come poter comunicare con una persona che pensa che quello che facciamo abbia un senso che noi gli diamo - mentre io vedo l'universo è pieno di sensi — ogni filo d'erba ha milioni si sensi diversi - tutte le volte che lo guardiamo — così piano piano riscopro quello che ho sempre saputo — ogni nostra azione è una prevaricazione sugli altri — che può essere resa meno dura solo da un infinito atto d'amore — cioè da un miracolo — ma la vita è un miracolo".

Nei primi anni 80 in quel gruppo di persone che si occupano di poesia a Cosenza c'è un'acquisizione che si rivela determinante per la nascita della rivista. È l'arrivo di un giovanissimo, Angelo Fasano, figlio di Santino, giornalista ed editore, che aveva in corso Telesio una tipografia nella quale si stampavano dei libri e si producevano due riviste: il "Gazzettino del Crati" — un mensile di politica, cultura, attualità— e la "Rivista Didattica Meridionale". Angelo Fasano entrò molto velocemente nel gruppo. Aveva dieci anni meno degli altri però portava un grande entusiasmo, e la sua presenza fu determinante per trasformare quello che era un livello credo alto - almeno molto ricco di tensione interiore, di discussione teorica - anche in un progetto concreto, nel progetto di una rivista. O forse ancor meglio per dare lo strumento rivista a quella che comunque era una presa di posizione forte nell'ambito della poesia contemporanea — una presa di posizione che voleva richiamare ad una centralità della parola, una accezione forte della poesia in un momento sostanzialmente di riflusso, caratterizzato da una sorta di minimalismo poetico.
Con l'arrivo di Angelo la discussione diventa intensa, anche più veloce, finché si decide di provare a dar vita a una rivista che desse uno sfogo diretto, visibile, a quella mole di elaborazione teorica, nonché a una produzione abbastanza cospicua di materiale poetico.

Così la tipografia di Fasano diventa la sede, la redazione e la tipografia di Inonija. Rivista di poesia che veniva elaborata, discussa nel corso di lunghe serate, e poi sovente di nottate, nelle quali si abbassavano le saracinesche e si discutevano dettagliatamente gli articoli, le posizioni nonché le collaborazioni da tenere. Perché il progetto non era per niente quello di dare la possibilità ad un gruppetto di poeti locali di esprimere se stessi, ma invece di intervenire nel dibattito nazionale ed internazionale della poesia.
Necessitava un impegno maggiore rispetto a quello che sarebbe stato normale chiedere di profondere per una rivista che nascesse a Milano o a Roma: evidentemente in qualche modo dovevamo prima giustificare la nostra esistenza, cioè dichiarare che meritavamo credibilità e poi cominciare a parlare. Peraltro erano anni in cui corso Telesio viveva un declino urbanistico che coinvolgeva tutta la città vecchia, e in sostanza era abitato da un sottoproletariato che vi sopravviveva come in un dormitorio destinato ad essere abbattuto alla fine del declino che incedeva; e poi fungeva da luogo di incontro e di lavorio delle bande locali della criminalità. Le automobili di sera passavano veloci come se fosse un'autostrada, c'erano pochi negozi, poche attività, e quella tipografia reggeva come un'oasi, un avamposto di un altro modo di intendere i rapporti con gli altri, con la natura e col creato. Spesso quelle appassionate discussioni sulla poesia continuavano nella vicina vecchia villa comunale. Che in quegli anni era molto sporca, molto polverosa, molto buia, e forse proprio per questo si prestava a offrire a quelle accanite disamine dialettiche una atmosfera alla Edgar Allan Poe che anziché ostacolarle finiva con l'indirizzarle nella ricerca di più riposte e sicure fonti di luce.

Dopo la morte di Angelo ci fu una sofferta discussione fra tutti noi, su cosa fosse giusto fare. Anche il padre Santino in un primo tempo era orientato a continuare la rivista proprio nella sua memoria, e su questo ci mettemmo al lavoro io, Pino Corbo e Francesco Garritano. Gli eventi però andarono in maniera diversa. Durò poco la vita di Santino Fasano dopo la morte di Angelo. A quel punto considerammo finita a tutti gli effetti la rivista, e quella chiusura ritenemmo di dedicarla a loro. Peraltro ancora un anno dopo dovemmo estendere la dedica anche a Raffaele De Luca, che morì suicida a 40 anni.

Non sarebbe giusto però pensare ad lnonija come ad una rivista di persone morte tragicamente, come ad una faccenda di morte. Credo al contrario che Inonija abbia segnato un episodio straordinario nella vita letteraria della Calabria, e uno dei tentativi più coraggiosi degli ultimi decenni di restituire alla poesia un ruolo alto, forte, universale. E forse un tentativo non inutile, se è vero che di Inonija si continua a parlare, se qualche tempo fa su "Pagine" Gino Scartaghiande scriveva: "Il profeta cura la sua genia innescando in un 'altra terra in un altro uomo la parola dell'essere. È questa l'Inonija che Cosenza porta a noi nell'attuale diaforia delle terre - come un rimando d'onde che ci viene dai campi di grano da cui ci viene Inonija, questa altra terra. Ed è formidabile che in questi nostri tempi della semplicità affiorino in un 'altra terra quei movimenti reali delle genti che sono eterni."

Due reduci di Inonija, Pino Corbo ed io, insieme a nuovi compagni di strada ci siamo ritrovati, diversi anni dopo, a dar vita a CAPOVERSO. Difficile dire che legame corre fra le due esperienze. Rispetto ad allora è cambiato il mondo (molto in fretta) e siamo cambiati noi. Probabilmente le accomuna un dar peso alle cose, qualcosa che potremmo chiamare una dimensione etica. La consapevolezza che la poesia in questo tempo è del tutto gratuita e non ha alcun mercato, e questo la rende assolutamente impagabile.(Franco Dionesalvi)

 


Ai confini della pubertà

una pagina da Ai confini della pubertà

99 storie molto brevi, di solito di una pagina, al massimo di tre. Che possono essere lette autonomamente, perché ciascuna in sé è conchiusa. Ma anche, nella loro progressione,  compongono un mosaico, diventano un romanzo.
Si tratta delle avventure di quattro adolescenti, di età che varia dagli undici ai tredici anni; che attraversano gli anni che vanno dal ’68 al 1970. E in cui succede di tutto: la contestazione giovanile, il Maggio francese, la guerra in Vietnam, lo sbarco sulla luna. Ma anche la diffusione della minigonna fra le ragazze e dei capelli lunghi fra i ragazzi, Ummagumma dei Pink Floyd, lo scioglimento dei Beatles. Quei ragazzini, che vivono tutto ciò in una città di provincia ma che si sente metropoli ed è attenta agli echi del mondo, registrano tutte queste cose coi loro occhi: le capiscono a modo loro, molto fraintendono. Ma infine cominciano a  diventare grandi. La loro prospettiva poi è fortemente influenzata dalle vicende del calcio, che seguono accanitamente. Ed è il tempo di Italia-Germania 4-3, e dei Mondiali in cui giocavamo contro Pelé. Vicende calcistiche che si proietteranno, come metafore, a simboleggiare e quasi a preannunciare i destini di quelle esistenze in erba.
Romanzo di formazione. Scritto con penna leggera, ma anche con quella policromia intrigante propria di uno scrittore che proviene dalla poesia.
In Storie di computer e di fantasmi Franco Dionesalvi aveva attraversato la fantascienza; in Libro della morte e delle cento vite l’horror e la narrativa gotica. Qui incontra la letteratura umoristica: stavolta, come nei casi precedenti, nel gioco di attraversare un genere, esprime e partecipa il piacere della lettura; ma nel contempo l’attraversamento dischiude un altrove, un senso ulteriore, più riposto e misterioso, che sostiene e anima l’intero viaggio.

 


Quando l'autore intervista se stesso
Franco Dionesalvi presenta Racconti erotici

D. Allora, parliamo di questo libro
 
R. Inaugura nell’ambito della casa editrice Coessenza, una collana che si chiama Coesseros. Si tratta di volumetti agili e leggeri, intorno alle 80 pagine, che raccolgono gli accostamenti all’erotismo di persone che lo fanno in maniera non abituale. O perché sono opera di scrittori che in genere trattano di tutt’altro (come nel mio caso), o perché a scrivere sono non-scrittori, casalinghe, persone che usano uno pseudonimo.
 
Per la verità nel tuo caso non è proprio una novità. Quando eri assessore alla cultura a Cosenza, scoppiò un caso intorno a una tua poesia che conteneva espressioni molto spinte.
 
Ah, ti vedo bene informato su di me…
 
La polemica finì in consiglio comunale. È stato un caso più unico che raro, di un consiglio comunale impegnato a discutere una poesia.
 
La cosa era pretestuosa, attraverso me si voleva colpire chi mi aveva nominato. Ma è vero che su certi argomenti sopravvive un moralismo ipocrita, che è riemerso dopo la rivoluzione culturale degli anni Sessanta-Settanta. A quel tempo un atteggiamento aperto e sincero in tema di sessualità sembrava cosa acquisita. Ma poco dopo si è tornati a coprire e nascondere. Il che in ambito di espressioni artistiche è assurdo. La letteratura, l’arte hanno bisogno di esprimersi senza cappe, senza costringimenti. Ma in realtà poi non accade. Basti pensare, e la cosa ha degli aspetti grotteschi, che Silvio Berlusconi, quando si insediò a palazzo Chigi, fece coprire il seno disegnato di una donna, su un quadro del Tiepolo, con un reggiseno.
 
Quanto dici è difficile da accettare. Come puoi parlare di censura in una società basata proprio sull’esibizione? La pornografia dilaga. In particolare nelle televisioni. E anzi c’è da preoccuparsi per i rischi che corrono i bambini…
 
Bisogna riproporre una vecchia distinzione, quella fra erotismo e pornografia. L’erotismo è gioioso, ed è espressione di corpi che si manifestano, di corpi in fiore. Il che non vuol dire corpi giovani, rispondenti a modelli standard. Vuol dire corpi che si compiacciono di essere al mondo, di dispiegarsi come fiori, ognuno con la sua personale irripetibile cifra di bellezza. E poi l’erotismo è scoperta, conoscenza. Penso ad esempio a Pasolini, a film come il suo “Decameron”…
 
Invece la pornografia?
 
La pornografia è violenza. E compiacimento della violenza. Quindi corpi abbattuti, corpi ripresi nella loro sofferenza ed esposti senza pietà. Facendo violenza al loro senso del pudore, alla loro disperata ricerca di riservatezza. Pornografia è lo stupro. Ma anche la guerra. E pornografia è mostrare otto-dieci volte le immagini di corpi che, magari per un’alluvione, vengono travolti e trascinati via. È…
 
Così finirai col parlare del Grande Fratello.
 
Ma vuoi lasciarmi completare il pensiero?
 
Un bravo giornalista è quello che finge di far parlare l’intervistato, ma poi invece parla sempre lui.
 
Ecco, bravo. C’è anche una pornografia del talk-show. Ma dicevo soprattutto della morte, esibita come violenza finale: la telecamera che si appropria del tuo corpo e lo esibisce ormai come pura cosa, avendolo sottratto interamente al tuo controllo.
 
Torniamo ai tuoi racconti.
 
Si tratta di quattro racconti. Che ho scritto in anni diversi. Perché sono stati quasi degli “incidenti”, mentre scrivevo d’altro.
 
E forse proprio per questo appaiono particolarmente freschi, ispirati perché non del tutto voluti. A cominciare dal primo, “Il Rombo Rosa”. Dovresti però spiegare ai lettori cos’è il rombo rosa, perché si tratta di materia sorprendente e decisamente eccitante.
 
No, preferisco non svelare troppo. Se vogliono saperlo, devono comprare il libro. Piuttosto vorrei tornare al tema dell’erotismo. Perché dopo Reich che aveva ipotizzato la “rivoluzione sessuale”, dopo il femminismo che ci aveva insegnato un diverso atteggiamento verso il corpo, dopo i movimenti hippy e libertari… beh, tutto questo è rientrato, come se non fosse mai accaduto. A Castelporziano, al festival dei poeti, nel 1979, ricordo che a un certo punto qualcuno ha cominciato a spogliarsi, lanciando la parola d’ordine che lì bisognava stare “senza mutande, per togliersi le mutande anche dal cervello”. Nel giro di poco tempo si è spogliata la grande maggioranza delle persone che erano lì, soprattutto giovani ma non soltanto, e si trattava di migliaia di persone. E in tutto ciò non c’era niente di sporco; al contrario, si sentiva che bisognava essere più autentici, senza mediazioni, senza trucchi. Che scoprire il proprio corpo era un modo per rendere possibile una apertura interiore, un disvelamento spirituale.
 
Io però ritorno a Berlusconi. I corpi nudi ci sono, e sono molto presenti e molto visibili nelle nostre cronache degli anni Duemiladieci. Ma sono quelli delle signorine in cerca di scorciatoie verso il successo, che frequentavano la discoteca personale del premier.
 
Il problema, in casi del genere, è rendersi conto di quello che perdiamo. In queste orge pornografiche viene travolto quello che invece è vivo e vitale. Ossia la scoperta del corpo, e l’incontro dei corpi, come gioia di essere e di esserci. Non possiamo rinunciarci distrattamente. Non possiamo davvero credere che le masturbazioni reciproche che si fanno attraverso Facebook possano stare nello stesso cassetto del Decameron, dell’”Impero dei sensi” di Oshima, di “Vizi privati, pubbliche virtù” di Jancsò.
 
Hai citato Facebook e questo mi dà il là per porre un’altra questione. In diversi dei racconti presenti in questa piccola raccolta (sono quattro in tutto) la narrazione è spostata in un prossimo futuro, siamo insomma in territorio fantascientifico. Perché questa scelta?
 
La fantascienza mi interessa molto. Ma non di per sé, non come genere con le sue regole e i suoi immancabili fanatismi. Piuttosto come opportunità. Perché si presta magnificamente a compiere una introspezione collettiva più che individuale. Ossia a scandagliare i fantasmi del nostro inconscio condiviso. Insomma ,stare in un viaggio interplanetario dentro una astronave gravitazionale è una magnifica occasione per fare un percorso dentro se stessi, nei nostri incubi perenni, e nella nostra millenaria ricerca di un senso e di una presenza superiori.
 
Poi l’ultimo racconto: è diverso dagli altri. Parla del presente e delle solite miserie, di onorevoli loschi e di menages di coppia opprimenti. Ed è come se i precedenti racconti, che pure sono autonomi, rientrassero in questo, vi venissero contenuti...
 
La dimensione erotica come gioia del proprio corpo, come scoperta e piacere di essere un corpo, è molto difficile da vivere in un tempo così alienato, in cui tutto complotta per una nostra progressiva, inarrestabile dissociazione. Però la sconfitta non è inevitabile. Costi quel che costi, bisogna riprendersi questo territorio, così vitale e così necessario. Anche se – è quello che indica quest’ultimo racconto – più che un territorio esteso lo spazio della sessualità si presenta come un’isola, ebbene a quest’isola noi dobbiamo approdare. È troppo bello ed essenziale, e nessuna playstation può sostituirlo.
 
Beh, alla prossima intervista
 
No, di’ al direttore che la prossima volta mi mandi un altro.

 


 


 

Storie di libri
intervista di Francesco Forestiero

franco dionesalvi
Chi è Franco Dionesalvi? Qual è la sua storia?
Sono un poeta. Mi rendo conto della difficoltà di una simile definizione, perché il termine nel tempo ha assunto una valenza sostanzialmente dispregiativa. Insomma non si può dire “sono un poeta”, tranne che tu non sia ricoverato in una casa-famiglia o cose del genere. Si può dire invece “sei un poeta”, a qualcuno cui si voglia rimproverare di essere astratto, non realista, fuori del mondo. Tutte cose che per la verità sono distanti da me.
D’altra parte l’unica cosa che credo di saper fare – non a livelli eccelsi, ma come vocazione insuperabile della mia mente e delle mie mani – è scrivere poesie. Il resto si fa per finanziare questo lavoro non retribuito, cercando di far cose che non mi deconcentrino da questo.

Ci parla del suo lavoro da scrittore?
Il romanzo è un formidabile strumento di fascinazione. E di trasmissione del senso. In fondo i nostri maestri di vita sono questi: la prima ragazza che ti dà turbamento, l’anziano maestro che ci fa scoprire un sentiero, e quel romanzo che ti penetra nelle ossa come una febbre.
Ho pubblicato finora un romanzo e due raccolte di racconti, più altri racconti sparsi in riviste. Inoltre ho pronto un nuovo lavoro di narrativa che si intitola “Ai confini della pubertà”: è un romanzo composto da 99 microstorie. Ma non ho ancora trovato l’editore giusto.

Quando scrive? Aspetta l’ispirazione o ha un metodo preciso?
La molla iniziale è qualcosa di imprevedibile, che accade al nostro interno ma abbiano tutta la percezione che ci venga dall’esterno. Diciamo un istante di grazia. Che, attraverso un fertile lavorio intellettivo denso di inquietudini, si affina sino a diventare un’idea. Qualcosa di meno di un soggetto. Direi una visione; o anche un “movente”, dal punto di vista concettuale. Il resto è lavoro. E’ elaborazione tecnica. E’ paziente esercizio del mestiere della letteratura.

Quando si è avvicinato alla scrittura per la prima volta?

La mia prima poesia l’ho scritta a sette anni. Era dedicata alla Pasqua. Di poco successive le mie prime storie. Che erano dei western incentrati su un ragazzo che veniva rapito dai banditi, e poi in qualche modo riusciva a fuggire. Queste prime storie poi le mettevo in bella copia in quadernetti, facevo delle vere e proprie edizioni, scritte a mano all’inizio e poi con la macchina da scrivere. E cercavo di venderli agli zii, approfittando del fatto che mia madre aveva dieci fratelli!

Ha un suo autore preferito? Un libro che ama di più degli altri?
Il romanzo che amo di più è “Il maestro e Margherita” di Bulgakov.

Ora una domanda più riflessiva: è stato lei a scegliere la scrittura o la scrittura a scegliere lei?
Di sicuro ha influito la figura di mio padre, che inventava lunghe storie per me, ed io amavo nel primo pomeriggio stendermi sul letto vicino a lui ed ascoltarlo. Poi anche il fatto che ero un ragazzino solitario: stavo per ore a guardare gli altri che giocavano a pallone dalla finestra, ed io preferivo i miei giochi tutti di fantasia, come inventare delle storie, o anche dei programmi radiofonici e televisivi. Ma è anche vero che poi, scrivendo una poesia, ho avvertito una vertigine che è una sensazione impagabile: come sentirsi su una montagna altissima ma insieme anche come assoluta semplicità ritrovata, come essere al proprio posto.

In poche parole, come si scrive un buon romanzo?
Bisogna avere una buona idea, partire da un progetto che sia originale ma insieme anche capace di cogliere le suggestioni che provengono dal presente, di essere testimonianza del tempo e non puro esercizio cerebrale, non masturbazione. Quello che viene dopo però è soprattutto tecnica, paziente esercizio. Che richiede studio, analisi ed umiltà.

Quale consiglio darebbe ad un giovane autore che desidera scrivere per vivere?
Ci vuole una buona dose di fortuna. Inoltre bisogna anche interrogarsi se ne valga la pena, perché può capitare di doversi sottomettere a compromessi pesanti.
Ciò detto, occorre studiare attentamente i gusti del tempo, i libri che hanno successo. Poi provare a scriverne uno che parta da questi, dalla loro impostazione, ma aggiunga un tassello, ponga un elemento di novità. E quindi provare a proporlo agli editori importanti, pronti anche a rivederlo, a correggerlo, se il direttore editoriale dice che gli interessa ma…

Crede che la sua terra, la Calabria, abbia un futuro fatto anche nella letteratura?
Abbiamo qualche scrittore calabrese che ha successo, come Abate, come Fortunato. Che però non vivono in Calabria. Oggi tutto sommato non mi pare più così importante dove si viva: io che lavoro per un quotidiano da qualche tempo sto un po’ a Cosenza un po’ a Modena, ma quando non ci sono non se ne accorge nessuno.

Ci parla de “La maledizione della conoscenza”?

E’ “il” libro della mia vita. Quel libro del quale devi liberarti, altrimenti non farai più niente. Ma anche un libro che si può scrivere a trent’anni, insomma quando la giovinezza culmina e muore. Insomma un libro che, partendo da elementi autobiografici, si pone le domande “ultime”: chi siamo, dove andiamo ecc. Per fortuna, però, quando scrivo non manca mai un approccio anche ironico, e questo forse mi ha impedito di cadere nell’errore dell’enfasi.
E’ uscito per Piero Manni, che è un editore specializzato nella letteratura d’avanguardia. Non ha venduto molto, è un prodotto di nicchia, ma l’editore l’ha distribuito negli istituti italiani di cultura nel mondo, per cui credo abbia raggiunto i suoi interlocutori.

Lei ha curato per i tipi di Rubbettino, I guerrieri dell’arcobaleno perduto, in cui è presente una selezione delle poesie di Raffaele De Luca. Chi era per lei De Luca? E cosa le ha lasciato?
Raffaele De Luca è stato un grande poeta. Era solo due anni più grande di me, ma la sua lucidità morbosa e un po’ allucinata gli consentiva di scorgere sensi e fermenti prima degli altri. Per cui devo a lui molte scoperte letterarie che senza di lui avrei fatto solo più tardi e con minore intensità. Quando si ha una passione “minoritaria”, come quella per la scrittura letteraria, è importante avere un interlocutore forte, con cui condividere un cammino. Raffaele lo è stato per me. Se n’è andato a quarant’anni, volontariamente. Io invito i giovani a cercare e leggere le sue poesie, perché sono cariche di stimoli e di intuizioni.

 


Sul viaggio in India
una conversazione con l'amico Filippo Senatore

viaggio in india

 Lo scorso secolo ha visto nel dopoguerra la crisi del mondo occidentale. La cultura stenta a ritrovarsi nei valori positivi del progresso. La guerra di sterminio e di annientamento ha eliminato le illusioni dei più cinici. La crisi atomica ha ancora di più devastato le menti più lucide. Allen Ginsberg, il poeta americano più famoso del 20° secolo, ha svelato tale disagio.
Il suo viaggio sulle orme di Buddha è forse un pretesto per ritornare alle radici comuni e ad un’umanità non più massificata e distrutta. La libertà di una generazione,  mortificata da una falsa visione di un progresso senza fine, si eleva con l’urlo della contestazione. Pacifismo e non solo. Il Buddismo in India è una minoranza, ma Siddharta ha un senso della vita. Il suo punto di arrivo è la non violenza del  Mahatma Gandhi. Le religioni hanno a volte generato guerre, ma il manifestarsi religioso della vita ha bloccato stermini e follie planetarie. Franco Dionesalvi, poeta ed intellettuale, a margine del Social Forum mondiale di Bombay ha deciso di trovare radici in un mondo devastato dalla guerra e dalla miseria. Donne e uomini ai limiti della sussistenza non perdono la dignità ma mettono insieme i beni scambiandosi atti di solidarietà fraterna. Noi occidentali stiamo fuori nei nostri piccoli egoismi, ignorando l'amica che soffre ammalata, senza avere il coraggio di starle vicino e donarle una parola di conforto.
Il viaggio è un segno di rigenerazione e scoperta. Come lo concepisci?

Non è per tutti la stessa cosa, le tensioni interiori sono diverse. C’è chi parte sostanzialmente per tornare a casa, ama viaggiare ma quello che lo rende davvero felice è scoprire di avere un nido in cui tornare, metterlo alla prova e poi sentirsi rassicurato mentre infila le vecchie care pantofole. E c’è chi si sente se stesso soltanto quando è in viaggio, chi ha bisogno di partire per sentirsi vivo. Potremmo dire che sono stanziali i primi e nomadi i secondi. Se è così, io sono tendenzialmente un nomade. Ma devo anche dire che oggi il viaggio è divenuto quasi impossibile. Salvo alcune eccezioni, nella maggior parte dei casi i viaggi sono finti. Ci si sposta da un MdDonald’s all’altro, e un sistema di pseudo-sicurezze trasforma lo spostamento in una sorta di percorso programmato all’interno di un gigantesco parco dei divertimenti grande quanto la terra, in cui inserisci un gettone e ti scatta un’emozione falsa e pre-costruita.

L’India non è il Paese dei buddisti, minoranza religiosa. Perché non hai scelto altri paesi come ad esempio, il Tibet, la Cina o la Cambogia?

È vero che ho compiuto un percorso “lungo il sentiero del Buddha”, ma non si trattava da parte mia di una pratica religiosa. Non sono buddista; o meglio non lo sono più di quanto sia cristiano, o animista. La traccia della vita del Buddha l’ho usata come tracciato, perché altrimenti rischiavo di “perdermi”, nel senso di sprecare il poco tempo a mia disposizione e finire dentro qualche diavoleria per turisti, come i safari fotografici. L’India per chi vuole compiere un viaggio di ricerca spirituale – e mi rendo conto dell’insufficienza di queste parole, non si cerca niente, si respira si guarda si ride – è il posto ideale, è i luogo in cui si è sedimentato nel tempo il massimo sforzo dell’umanità per disvelare il mistero dell’esistenza, per aprire un varco verso le dimensioni non visibili.

Allen Ginsberg a trentasei andò in India e vi rimase un anno e mezzo: ritornò in America,   nel 1963; dopo esser stato in Nepal, in Cambogia, in Vietnam e in Giappone. Tu mi dici di aver voluto ripercorrere dopo oltre quaranta anni il viaggio del   grande poeta americano. Perché questo interesse: modello esistenziale o letterario?

Il viaggio a Oriente è una tensione ricorrente in noi occidentali. Parlo dei viaggiatori materiali, ma anche di quelli che in Oriente ci sono andati col cammino delle idee: Schopenhauer è uno degli esempi migliori. Il viaggio in India di Ginsberg è stato in effetti qualcosa di importante. Perché la sua India è la prima India post-moderna, quella che può avere un senso dentro Manhattan, dentro le strade polverose della California. Dove ogni idea di purezza, di pensiero puro viene abbandonata, e la forza è data proprio dall’intensità della contaminazione. L’India di Ginsberg è anche un po’ di America, un po’ di bomba atomica e un po’ di  letteratura simbolista. Laddove bagnare il tutto con un po’ di alcool o di marijuana rende il cocktail più digeribile. Ma attenzione: non siamo nella banalizzazione, non è come quei musicisti che fanno i pezzi di musica classica alleggeriti e resi orecchiabili. Tutt’altro: quello che salva Ginsberg è il suo candore, il suo sguardo di bambino, o quello che lui chiama “gentilezza d’animo”. E sulla stessa scia metterei i viaggi dei Beatles in India, e di altri musicisti rock negli anni fra i sessanta e i settanta. In cerca di un nuovo umanesimo, di nuovi equilibri armonici. Tutt’altro rispetto anche a quello che poi sarà la “new age”, che è riduzione in pillole zuccherate di saperi secolari.

Rispetto ai racconti di Ginsberg cosa è cambiato in 40 anni in India?

Io ho davvero seguito la traccia di Ginsberg, ossia la sua dedizione a Ramakrishna. Che è stato un maestro lucidissimo, un sincretista. Credo che il sincretismo rappresenti una lezione da apprendere. Attenzione, anche qui bisogna precisare. Non intendo il collage di tante religioni, non intendo la macedonia. Intendo l’atteggiamento che ho visto assai frequente negli indiani, che ho visto entrare in templi diversi, appartenenti a religioni diverse, e in ciascuno effettuare pratiche di devozione secondo le usanze del luogo, nel rispetto dei rituali. E sempre con la stessa partecipazione, con la stessa convinzione. In India trovi fianco a fianco un tempio sikh e uno buddista, un tempio induista e uno giainista. Il fatto è che noi ragioniamo per categorie, e siamo convinti che una cosa escluda l’altra, che o c’è A oppure c’è non-A. E’ la logica aristotelica. Che sta alla base delle guerre di religione. La religiosità non è una scelta di campo, è un approccio alle cose, è un modo di essere al mondo. Che attraversa le religioni, non le trasforma in limiti. Ora anche questo, peraltro, rischia di cambiare: in alcune zone anche in India ci sono le guerre di religione, fra musulmani e indù. Io spero che prevalgano gli altri indiani, come uno che mi ha detto che ci sono tanti dei, non solo quante sono le religioni ma anche quanti sono gli esseri umani, ma il nome di Dio li attraversa tutti.

Quanto è durato il tuo viaggio? 

Poco, per necessità di lavoro. Tre settimane.

Vorresti fare un altro viaggio per un periodo più lungo?

In un certo senso era una vita che mi preparavo a questo viaggio. E mentre lo preparavo, già questo viaggio avveniva dentro di me, e mi cambiava. Dopo oltre vent’anni che ero andato da tante parti, ma questo viaggio in India, chissà perché, non mi decidevo mai a farlo, infine decisi che quel viaggio era compiuto. E dunque avrei potuto non andarci più, materialmente; ma ho deciso di farlo, quasi come un gesto simbolico. Del resto i gesti simbolici sono molto importanti nella nostra vita: sono un modo di comunicare con una parte più riposta di noi stessi, o forse con entità non visibili.

Come lo hai vissuto?

Un viaggio è tante cose. E’ anche odori, piccole fatiche, paure, imbarazzi. Sostare davanti all’albero di Bodhgaia, quello dell’illuminazione del Buddha, è stata un’esperienza gioiosa. Vedere centinaia di persone che meditavano tutti insieme, ognuno a suo modo in piena libertà di praticare il suo approccio, il suo esercizio, sentire la totale gratuità insieme l’assoluta pregnanza di quel gesto, mi ha trasmesso molta energia e molto conforto. La vita di ognuno di noi è una mandala, o se vuoi è un fiore. Che fra un istante sarà appassito. Però c’è sempre da qualche parte un campo fiorito, pieno di fiori; e questo è il godimento della terra.

Ritieni che questa esperienza sia pur breve abbia cambiato il tuo modello di vita?

Sì e no. Per certi versi, come dicevo, l’India mi ha cambiato da sempre, e dunque andarci fisicamente non poteva essere risolutivo. Però alcune cose,a toccarle con mano, non lasciano indifferenti. Ricordo un conduttore di pedalò che arrancava a trascinare il mio peso, e, nonostante le mie proteste, si rifiutava di farmi scendere, perché doveva portare a termine la sua opera. E poi, quando mi ha condotto alla meta, l’ho visto felice. Ci sono tanti, lungo quelle strade indiane, che iniziano la giornata e non hanno davvero molte chances di portarle a termine, sono lontani mille miglia dai nostri meccanismi di sicurezza, dai nostri standard protettivi. E tuttavia nei loro occhi ho letto spesso una felicità che raramente leggo nei nostri occhi. Non dico che il sistema politico indiano è migliore del nostro, tutt’altro. Dico che in genere andiamo in giro come automi, ci trasciniamo senza capire quasi niente della vita.

Qual è la foto-ricordo che porterai con te?

E’ un pastiche. L’immagine che lego definitivamente all’India è la sua strada. Ce ne sono tante, e tutte uguali. Diritte per chilometri e chilometri, e ai due lati non ci sono mai né vere città né vere campagne, ma agglomerati interminabili di casupole e magazzini a un piano e capanne. E sulla strada scorre tutto, e tutto insieme. Automobili degli anni cinquanta e macchine di lusso, risciò e pedalò, uomini e donne a piedi, cammelli ed elefanti, mucche e cinghiali. Tutti insieme, che vanno: questa è l’India.

Come paragonare la miseria occidentale con i paesi come l’India? Pensi che il divario possa allargarsi? Pensi che i nostri poveri diventino più poveri come profetizzava Karl Marx?

Indubbiamente i nostri poveri, se vanno in India, a molti finiranno col fare l’elemosina. Ma ci sono anche persone ricche, troppo ricche. E una spinta forte verso lo sviluppo, verso l’innovazione tecnologica. L’India sta rapidamente cambiando, e la sua economia si sta espandendo; le sue politiche di sviluppo però stanno affrontando assai poco il problema della povertà. Aggiungo che questo in India è stato un viaggio vero, uno degli ultimi viaggi veri ancora possibili; non so però per quanto tempo sarà ancora così. Sinora in India hanno saputo convivere, camminando fianco a fianco, informatica e induismo, post-industrializzazione e Medioevo. Ma non so se sarà a lungo così. Non so se si riuscirà a trovare una via indiana alla società industriale avanzata, o se si trasformeranno i templi in saloni di bellezza.

Scriverai un romanzo ispirato a questo viaggio?

Non credo. Al di là di questa intervista, non ho tanta voglia di parlare del mio viaggio in maniera diretta. Ma è chiaro che noi scriviamo sempre i nostri sguardi, e le nostre emozioni. E le nostre conquiste.

Qual è la tua prossima meta?

Andrò in un paese in collina, a qualche chilometro da casa. Voglio andare a trovare degli zii che non vedo da tempo. Fanno una magnifica marmellata di castagne.

 


editoriale

Le parole dei poeti

La poesia ha ancora qualcosa da dire?
A cavallo fra Ottocento e Novecento alcuni grandi proclamavano la morte delle arti e degli dei. Rimbaud per la poesia. E, nella coerenza dei poeti che affermavano l’assoluta commistione fra arte e vita, lo proclamava con la vita. Ossia smettendo di scrivere, andando verso la sua avventura africana, assolata quanto esiziale. E trasformandosi in mercante d’armi, il gesto più anti-poetico che si potesse concepire. Pure, è difficile convincersi, pensando a Rimbaud che non scrive poesie in Etiopia, che non scrive più poesie, che questo atto appartenga al territorio della non-poesia. Al contrario, il Rimbaud che guarda il Mediterraneo dall’altra sponda incarna il terzo tomo della sua ineffabile maledetta trilogia, con la Saison à l’Enfer e le Illuminations. Confermando definitivamente che non c’è bisogno delle parole per scrivere poesie (come, altri hanno dimostrato, si può far musica senza suono e teatro senza attori). Semmai, si afferma una stagione di poesia dell’assenza. Ma questo non sorprende; dimostra invece che Rimbaud inventa il Novecento, il secolo delle avanguardie, degli abissi d’acciaio, del procedere per negazioni, per sottrazioni, per destrutturazioni.
Le quali avanguardie sono spesso additate per la loro proverbiale abilità nel far terreno bruciato tutt’intorno. Non si può non riconoscere che hanno giganteggiato (sul piano concettuale e nelle dimostrazioni sul campo) nella pars destruens, quanto hanno farfugliato e brancolato quando si trattava di costruire; ma va anche riconosciuta loro, in molti casi – non sempre, una onestà intellettuale (sebbene antipatica per il contorno di seriosità autocelebrativa e vittimistica, anche quando si sforzavano di apparire allegri) invece assente in quegli altri che ritenevano di poter scrivere ancora di pastorelli e donzellette senza mai alzare gli occhi e accorgersi che tutt’intorno era finito il mondo.
In tempi più recenti il tema della morte della poesia è ritornato ossessivo, seppur ripresentandosi nei termini meno enfatici della mancanza di parole per i poeti, o in quelli più individualistici della perdita di ispirazione. Negli anni settanta alcuni poeti maschi affermavano che ormai la poesia era loro preclusa, che bisognava essere femmine per essere ancora legittimati a scrivere poesie. E in anni ancora più vicini si è sostenuto che solo i dialetti possiedono ancora parole possibili per la poesia, che tutto il resto è usurato dal tempo e dalla pubblicità.
Io tutta questa vicenda la trovo un po’ condizionata dal tarlo insinuante del consumismo. Che non dovrebbe entrarci nulla con la poesia, la più fuori mercato, la più inutile e invendibile fra le arti. Ma poi, di fatto, si respira la stessa aria, sotto lo stesso cielo respirano insieme Murdoch e Luzi, Gates e Jodorowski. Così, senza bene rendersene conto, ci si ritrova a cercare nei libri di poesia la stessa logica che muove i disegnatori di telefonini o di scarpe o di automobili.
Se proviamo ad uscire da questa coazione del produrre e consumare, troviamo da un lato gli argomenti di chi sostiene che la nascita di un nuovo poeta è giustificata dal fatto che questi aggiunga un capitolo, una poesia, un verso a quell’opera universale che è la grande poesia collettiva che vede da qualche millennio impegnata l’umanità. Ma dall’altra parte è altrettanto valido l’argomento che niente è detto una volta per sempre, o meglio che tutto è già dato, tutto è stato detto all’inizio; e il poeta non è altri che l’interprete che svela quell’unico primordiale messaggio nelle forme, nel linguaggio e negli stili propri della sua epoca.
Torna allora anche il discorso iniziale. Che potrebbe rimodularsi così: la funzione poetica non coincide con la produzione di poesie, viene espletata in forme che mutano anche radicalmente (dalle canzoni agli spot pubblicitari, dai film ai messaggini telefonici, fino ai gesti terroristici e alle preghiere), ma questo non vuol dire che non sia presente e che non trovi la maniera di essere soddisfatta.
Io, poi, faccio il tifo per la poesia scritta, e spero che riesca per tutto questo millennio appena nato non solo a sopravvivere, ma anche a rilanciare e a catturare folle e individui. Ma liberandosi dalla paura del vuoto e dall’angoscia dello scorrere del tempo. E smettendola anche di cercarsi mulini a vento, dalla Scienza al Progresso, dalla Prosa all’Automazione. Compiacendosi, invece, solo di sé, solo di esserci. Nella sua ineffabile inconvertibile purissima natura di celebrazione, di danza.
Il che non vuol dire de-responsabilità, nient’affatto; né rinuncia alla sua vocazione a cambiare il mondo.
Vuol dire qualsiasi cosa, ma danzando. (Franco Dionesalvi)