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Franco Dionesalvi
copertina "diritto alla cultura"
Il libro è distribuito sul territorio nazionale: puoi ordinarlo in libreria. Oppure puoi consultare la casa editrice: www.coessenza.org


altri titoli nella sezione SAGGISTICA:
•I poeti ed il teatro

INTRODUZIONE:

DIRITTO ALLA CULTURA E POLITICHE CULTURALI,
UN PERCORSO ANDATA E RITORNO

 

La società globalizzata offre nuove formidabili possibilità a chi è in grado di utilizzarne tutte le potenzialità, ma respinge ai suoi margini impietosamente tutti coloro che non dispongono delle conoscenze indispensabili per cogliere quelle potenzialità, per “usare” la globalizzazione.
Alla crescita esponenziale delle possibilità che offre la tecnologia più avanzata si contrappone un dovere di conoscere strumenti e tecniche sempre più specialistici, la cui complessità automaticamente scaccia un numero sempre crescente di persone verso le sacche dei nuovi preoccupanti analfabetismi.
La quantità e l’intensità di questa emarginazione è nitidamente visibile quando si prende in considerazione il cosiddetto Terzo Mondo.
In base a un recente rapporto dell’ONU sullo sviluppo, in dieci anni il numero di individui con un reddito inferiore a un dollaro al giorno è cresciuto da cento milioni a un miliardo e trecento milioni. Un miliardo di persone sono analfabete. Ben oltre un miliardo sono prive di acqua potabile. Quasi un miliardo patiscono la fame o l’insicurezza alimentare: così più di un terzo della popolazione dei paesi meno avanzati – la maggior parte dei quali sono nell’Africa subsahariana – ha una speranza di vita inferiore ai quarant’anni. Circa 160 milioni di bambini sono denutriti più o meno gravemente; 110 milioni sono esclusi dalla scuola; 120 milioni sono poi costretti al lavoro coatto, di solito senza remunerazione, di fatto in condizioni di schiavitù.
Ma anche nell’Occidente, anche nel cuore della società industriale avanzata esistono forme e cifre preoccupanti di nuovi analfabetismi. Spesso fianco a fianco con i “picchi” di conoscenza specialistica.
Si pensi alla collina di Arcavacata, dove sorge l’Università della Calabria. Se si considera l’università come oggi appare alla vista, il suo sviluppo e persino l’arditezza architettonica delle sue forme, e poi si confronta con le foto di venticinque anni fa, di come quella stessa collina appariva, invasa di vacche nella fiera annuale del bestiame, il rapporto può destare meraviglia e stupore. Ma proprio quel raffronto serve a spiegare come possa oggi verificarsi una simile situazione: di qua un luogo di avanguardia culturale, con una vitalità che vi porta di frequente i maggiori esperti internazionali delle varie materie; ma, a solo qualche centinaio di metri in linea d’aria, ad Arcavacata vecchia, persone che rischiano di non potere più, ad esempio, acquistare un viaggio all’estero, perché non sanno navigare in internet per prenotarlo, e non dispongono della carta di credito senza la quale comunque la prenotazione non viene più accettata. Ora, magari queste persone di Arcavacata vecchia – alcune sicuramente – sono più ricche di alcune altre che stanno di qua, dentro l’università, e con le loro borse di studio o i loro contratti di ricerca stentano a “sbarcare il lunario”.
Dunque non è (non è più soltanto) la causa economica l’elemento che segna la discriminazione. Accanto ad essa, ce n’è un’altra che non ne è sempre dipendente; è una motivazione di tipo culturale, di carattere conoscitivo. La conoscenza informatica, almeno al livello più elementare di saper usare un computer, saper entrare in internet e saperne consultare le informazioni disponibili in rete, costituisce un elemento la cui assenza limita fortemente la qualità della vita nella società contemporanea. E all’uso diretto del computer tante forme “derivate” sono connesse: citavo prima la carta di credito, il cui uso, assieme a quello del bancomat, riesce impossibile a chi non riesce in alcun modo a concepire di dialogare con una “macchina”. E si stanno automatizzando molti servizi: in un numero crescente di stazioni ferroviarie, ad esempio, l’acquisto automatico dei biglietti è già l’unico modo per salire sui treni. Ma anche i telefoni pubblici stanno diventando terribilmente complicati per chi non è avvezzo alle schede elettroniche. A queste conoscenze va poi aggiunta quella dell’inglese: la società globalizzata la adotta come lingua unica, e non prende in considerazione coloro che non la parlano. Se l’ignoranza della legge non scusava, oggi l’ignoranza dell’inglese non excusat.
Attraverso una rapida indagine empirica, ho constatato che sono tante le persone che a causa di questo sviluppo hanno visto drasticamente ridimensionate le loro possibilità, svilita la qualità della loro vita. Sono persone, in particolare quelle che erano già adulte quando è scoppiata la rivoluzione informatica, che oggi per accedere a molti servizi hanno bisogno di essere assistite, accompagnate come i ciechi; ma solo una minoranza trova questi accompagnatori, legati da motivi affettivi o prezzolati che siano. La situazione peraltro è destinata ad aggravarsi, perché gli strumenti della vita quotidiana tendono a diventare sempre più complessi, a dare per scontato un quantitativo crescente di conoscenze specialistiche nell’utente; e non pochi giovani finiscono direttamente, accanto agli anziani, in queste nuove sacche di emarginazione.
Quella informatica, peraltro (e la categoria di nuovi analfabeti che produce) è soltanto l’ultima di una serie di alfabetizzazioni. Ogni volta che si conquistano nuovi saperi, che si producono nuovi linguaggi, si pone il problema della condivisione di quei saperi, del possesso di quei linguaggi. E si evidenzia la disuguaglianza nell’accesso alle risorse culturali considerate nella loro interezza, dalla cultura di base alle conoscenze specialistiche, dalla visita a un museo alla partecipazione a uno spettacolo; e come ciò influenzi in maniera determinante il tipo di esistenza che una persona conduce.
Allora, se nelle società del nostro tempo l’avere a disposizione un certo tipo e una certa quantità di conoscenze risulta così determinante per la qualità della vita degli individui, ipotizzare l’esistenza di un diritto, da far valere nei confronti degli Stati all’interno della comunità internazionale, e attribuibile a tutti (ai singoli da un lato e alle collettività dall’altro) ad esigere quelle conoscenze, si presenta come questione centrale e di grande interesse.
Dunque il cosiddetto “diritto alla cultura”, nella sua affermazione sul piano storico-giuridico e nelle potenzialità che può esplicare sul piano sociale, è argomento di grande interesse e attualità. La sua valenza diventa particolarmente significativa, poi, se si guarda ad esso non come mero istituto giuridico, ma in relazione alle vicende della cultura all’interno dei contesti sociali. Ossia se ci si occupa delle politiche culturali, sia nelle loro motivazioni teoriche che nelle concrete manifestazioni nella pratica politica.
È proprio quanto mi accingo a fare in questo lavoro. Partendo da un doveroso tentativo di precisazione del concetto di cultura. La qual cosa non vorrà risolversi in una sterile querelle definitoria, ma servirà a cogliere come, intorno a questi concetti, si sviluppano storie, aspettative e analisi diverse, che provengono dalla letteratura e dalla sociologia, dall’antropologia e dalla scienza politica. La considerazione di questi contributi così diversi può aiutare a chiarire i termini della questione, e a sgombrare il campo da equivoci e confusioni che possono facilmente sorgere intorno a materie così frequentate.
Ciò fatto, nella seconda parte proverò a precisare da un lato cosa è diritto alla cultura, dall’altro quali sono gli “agenti”, i protagonisti e gli esecutori, da una parte dell’esercizio di questo diritto, dall’altra dell’esplicazione delle politiche culturali. Pur avendo privilegiato questa strada che mi sembra meritevole di approfondimento, non trascurerò altre chiavi di lettura delle politiche culturali, a cominciare dalla ricorrente opinione che vi intravede un volano turistico di considerevole portata per lo sviluppo economico dei territori.
Per questa via diventerà inevitabile affrontare e provare a chiarire delle questioni che, in materia, non sono eludibili nel quadro della società contemporanea, e che hanno a che fare col concetto di industria culturale. Sarà dunque necessario precisare e distinguere la produzione culturale dalla distribuzione culturale, e quindi affrontare il tema dei consumi culturali. Che ci porterà – per dovere di attenzione al presente – da un lato a  porci il problema dell’evoluzione informatica e dei cambiamenti destinati a rivoluzionare la stessa idea di fruizione e consumo culturale; dall’altro a considerare le politiche dell’”effimero”, e in genere le rivoluzioni urbane dovute alle iniziative culturali serali e notturne che pullulano, dagli anni Ottanta in poi, nelle grandi e piccole città europee nei mesi estivi.
Nel corso del lavoro farò dei cenni a vicende degli Stati Uniti e del Terzo Mondo, ma puramente al fine di precisare alcuni concetti e alcune tendenze: per il resto mi limiterò a una considerazione dell’Italia dal secondo dopoguerra ad oggi. Dunque considererò la “storia” delle politiche culturali italiane, sia dal punto di vista delle forme di governo (dalla dittatura alla democrazia), sia dei rapporti fra centro e periferie (dal governo agli enti locali), sia dei soggetti dell’attività culturale all’interno della società (dal pubblico ai privati, fino alla sussidiarietà che coinvolge il mondo dell’associazionismo).
La terza parte sarà dedicata all’analisi di un caso concreto, ossia allo studio delle attività culturali realizzate da un Comune nell’arco di alcuni anni. La scelta è caduta sul Comune di Cosenza, e sulle politiche culturali da questo promosse negli anni dal 1994 al 2005. Sono diverse le ragioni che mi hanno fatto ritenere questo caso di particolare interesse. Intanto la motivazione generale: negli anni Novanta venivano eletti sindaci che, in base alla nuova legge, godevano di poteri più nitidi e accentuati, e potevano promuovere, anche in campo culturale, politiche fortemente personalizzate e adeguatamente incisive. Poi le particolarità del caso. La presenza di un sindaco “straordinario” come Giacomo Mancini che, alla fine della sua carriera e forte di una eccezionale esperienza politica, poteva interpretare le potenzialità della nuova legge in maniera esemplare. E la specificità della città, che ad una nobiltà culturale “antica” (i suoi intellettuali ricordavano nostalgicamente che veniva definita la Atene delle Calabrie) contrapponeva agli inizi degli anni Novanta un presente disastroso, dovuto a gestioni dissennate che avevano ridotto il suo artistico centro storico ad una periferia degradata e avevano lasciato sfiorire la tradizionale vivacità culturale della città. In questo contesto, le attività culturali promosse dalle due giunte Mancini prima, e continuate dalla giunta Catizone poi, si presentano come un insieme così quantitativamente e qualitativamente significativo, da meritare una analisi, che cercherà di ricollocare il caso specifico all’interno delle politiche culturali precedentemente considerate e tratteggiate. E provare, per questa via, a chiudere il cerchio: se tante e diverse sono le politiche culturali, e se sovente si sono imbattute nel limite di risolversi in mera politica dei consumi, in nichilista esaltazione dell’effimero, in effettismo sprecone, il filo rosso del diritto alla cultura, e della sua affermazione come manifestazione di una democrazia compiuta, può fungere da opportuno correttivo, e dare alle politiche culturali quel senso forte che legittimi lo spazio crescente che stanno assumendo nella società contemporanea.